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Organismi dirigenti XXVI Congresso delle ACLI Milanesi |
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21, 22, 23 gennaio 2000
Centro Congressi della Provincia, via Corridoni 15 Milano |
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Osare il futuro nella nuova Europa. Solidarietà e lavoro: radici dell'economia civile
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Relazione del presidente provinciale delle Acli Milanesi,
GIOVANNI BATTISTA ARMELLONI
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» Introduzione » A partire dalla Parola
» Sulla globalizzazione » Le trasformazioni della società italiana
» Le Acli e la democrazia » I referendum “sociali”
» Società e lavoro a Milano » Quale solidarietà
» Le ACLI tra crisi del lavoro e crisi dello Stato sociale » Le ACLI come scuola di formazione
» Conclusioni |
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Introduzione "Osare il futuro", recita il titolo di questo congresso. "Osare il futuro è la sfida che le Acli hanno di fronte sia a livello locale, sia a livello nazionale, in un contesto sociale notevolmente diverso non solo da quello in cui il Movimento nacque, ma anche da quello in cui si è svolto il nostro ultimo Congresso. Dobbiamo insieme trovare la capacità di reinterpretare il nostro ruolo in relazione a sfide nuove e dai contorni inediti.
In questa fase della loro vicenda storica, le Acli sono impegnate come soggetto di animazione della società civile per costruire una ‘democrazia associativa’.
Tali obiettivi richiedono il ripensamento il più possibile organico e coerente delle parole d’ordine fondamentali dell’associazione e, quindi, una riflessione sulla sua collocazione nel mondo del lavoro, nella comunità ecclesiale e nei mutamenti politici; in modo tale che, facendo luce sulla propria identità, il nostro movimento possa qualificarsi al tempo stesso come soggetto in grado di cogliere le novità dell’ora presente e di orientarle secondo le linee di una convivenza più ricca e condivisa.
In una fase storica nella quale è messa in gioco la possibilità e la concreta capacità di ciascuno di partecipare in modo equo alle risorse comuni, il nostro sforzo di riflessione deve partire dalla comprensione efficace della dignità di ogni persona. Il nostro fine è quello di cooperare con le forze sociali e con le Istituzioni per realizzare uno sviluppo economico nel quale vi sia una piena valorizzazione della persona, dove ciascun individuo, attraverso l’esercizio della libertà positiva o libertà responsabile, realizzi ciò in cui crede veramente. Questo è il fulcro essenziale della nostra ragione associativa in tutte le sue strutture e in tutti i suoi momenti. Tale principio configura oggi l’orizzonte complessivo delle nostre scelte e delle nostre strategie. Il richiamo costante alla persona, ascoltata nei suoi bisogni e nelle sue attese, è anche il messaggio che il nostro movimento deve saper trasmettere ai soggetti e alle forze con cui si confronta e con cui stabilisce intese operose, mettendo al centro la prospettiva della realizzazione della persona nelle sue capacità di lavoro, di azione e di contemplazione.
E’ per questo motivo che proponiamo una cultura del lavoro che non ne faccia un mito assolutizzante e che non lo impoverisca a strumento per la sfera del consumo, ma dia ad esso valore e senso come bene della persona e della cittadinanza. Proponiamo una cultura dell’agire come espressione di sé e arricchimento della relazione con gli altri, per una costruzione di convivenza migliore che si estenda dall’ambito familiare a quello del territorio, a quello della comunità politica. Tale cultura dell’agire nasce tuttavia dalla contemplazione che apre alla dimensione del dono e della gratuità e, quindi, dall’ascolto della Parola che ci annuncia il dono più grande di tutti.
A partire dalla Parola Abbiamo aperto questo nostro Congresso non a caso con una riflessione spirituale. Non è un atto dovuto alla nostra ispirazione cristiana o un semplice segno di appartenenza alla comunità ecclesiale. E’ proprio qui, nell’ascolto della Parola, che noi cerchiamo un senso alla nostra presenza nella provincia milanese, lo specifico della nostra vocazione di laici adulti.
Questo primato dell’ascolto è essenziale alla nostra identità di credenti e di credenti iscritti ad una associazione democratica come le ACLI. Da ciò deriva la nostra capacità di porci al servizio della Chiesa, a partire dalla nostra diocesi e dal nostro Vescovo.
Nel nostro cammino associativo stiamo cercando di riscoprire la centralità della «vita cristiana». La qualità delle nostre scelte sociali, culturali, politiche dipende dall’autenticità della nostra confessione di fede, dalla serietà del nostro cammino di conversione, in un momento eccezionale come questo, segnato dal Giubileo.
Per quel che ci riguarda, come Acli milanesi, abbiamo voluto affermare, lo scorso 29 maggio, proprio in questa sala, con il rinnovo del Patto associativo alla presenza dell’Arcivescovo, il nostro impegno di annuncio e di testimonianza cristiana all’interno del mondo del lavoro.
Non sono tempi facili: il carattere di minoranza in cui vive il popolo cristiano nelle metropoli, l’eclissi di un’etica pubblica, gli aspetti spesso contrastanti della secolarizzazione, non rendono certo facile tenere insieme il fare e il testimoniare. Eppure è con fiducia, è con speranza che affrontiamo questo compito.
Sulla globalizzazione Oggi, la principale sfida che riguarda gli uomini e le donne del nostro tempo, e che ci interpella come lavoratori e come cristiani, è quella della globalizzazione.
L’internazionalizzazione, la mobilità dei fattori produttivi (capitale lavoro), le comunicazioni in tempo reali sono globalizzazione. Questa parola è orami abusata in questi ultimi anni. Tutto ciò indica un processo e anche un problema, anzi, una serie di problemi. Il mondo è ormai un insieme connesso di relazioni, di interdipendenze e non ci sono angoli sperduti, isole appartate, che non rientrino in questo gioco globale.
Accettare la globalizzazione come il volto reale della nostra epoca è anche vederne le contraddizioni, valorizzarne i conflitti, porsi la questione del senso di questo processo planetario.
Un primo dato che dobbiamo tenere presente è il carattere ancora essenzialmente economico, e soprattutto finanziario, della globalizzazione. Le speculazioni finanziarie – quello che la gente chiama borsa – sembrano essere diventate la chiave del progresso o della catastrofe. Ormai i telegiornali si aprono con le notizie della borsa, quasi che a questi dati fosse legato il destino del mondo. Ciò indica il prevalere della finanza sull’economia e dell’economia su tutto il resto.
Il secondo elemento che caratterizza questa globalizzazione è la grave insufficienza del governo politico. E’ una globalizzazione con una politica deficitaria, senza istituzioni regolatrici che siano in grado di riportare la finanza e l’economia alle ragioni sociali e umane della loro esistenza.
La terza caratteristica della globalizzazione che abbiamo dinanzi è la pluralità dei conflitti e dei problemi che essa promuove. Quando nella scena del mondo entrano i popoli, le culture, gli Stati, il panorama si complica. Le resistenze al linguaggio unico dell’economia e della finanza si organizzano, fanno problema, esaltano i contrasti tra Nord e Sud, tra Est ed Ovest, tra paesi ricchi e paesi ridotti alla fame.
Come intendere dunque la globalizzazione? Come un processo che, estendendo comunque il processo di espansione della ricchezza, rende più acute le possibilità disattese e porta a un livello superiore e più complesso i conflitti del pianeta. Nelle pieghe avvolgenti degli interessi economici si incunea pian piano la voce dei popoli, degli interessi marginalizzati, delle autonomie irriducibili alla logica del mercato universale.
In questo senso noi guardiamo alla globalizzazione nella sua ambiguità e ne vediamo anche le enormi opportunità perché un nuovo ordine mondiale possa nascere sulle ceneri della politica dei blocchi. Quale sarà questo nuovo ordine internazionale è forse difficile prevederlo, bisogna adoperarsi valorizzando gli spazi dove far emergere la voce degli esclusi e dei poveri della terra. Perciò, per orientare positivamente le dinamiche della globalizzazione, occorre generare istituzioni politiche, punti di governo, immettere la capacità di decisione di nuovi soggetti: insieme agli stati, associazioni e forme di rappresentanza diverse da quelle del passato.
La sottolineatura delle dinamiche della globalizzazione ha purtroppo indotto per molti versi a svalutare il ruolo delle politiche nazionali. Queste risentono senza dubbio dello spostamento dei centri di decisione e della loro internazionalizzazione. Ma noi riteniamo che proprio in un’epoca di trasferimento dei poteri e delle competenze si debba procedere a ricalibrare il ruolo delle politiche nazionali, anche per evitare che i processi in corso, in particolare quello di consolidamento e di espansione dell’Unione europea, non avvengano per via prevalentemente tecnocratica o burocratica.
Il livello nazionale ci sembra quello nel quale si possono oggi riqualificare i modi della partecipazione democratica in un’ottica di connessione tra i grandi processi di globalizzazione e le logiche di decentramento locale.
In tale prospettiva ci sembra si debba collocare uno sforzo più netto e incisivo per la piena realizzazione del federalismo solidale. Occorre qui applicare i principi di autonomia, sussidiarietà e responsabilità e delineare con chiarezza le nuove competenze dello Stato sociale riformato.
Il federalismo solidale esige anche un più coraggioso decentramento della fiscalità, così da favorire le politiche locali per la famiglia, la formazione e le iniziative dell’economia del privato sociale che danno risposta ravvicinata ai bisogni emergenti delle persone nel territorio. La riforma dello Stato sociale richiede la capacità di pensare a politiche sociali che, alla logica degli interventi a posteriori, sostituisca quella di iniziative nel campo delle politiche per l’abitazione e l’ambiente, l’ordine e la sicurezza, l’istruzione, l’integrazione, la cura e la prevenzione del disagio connesso a patologie quali la droga e la tossicodipendenza.
Le trasformazioni della società italiana Le trasformazioni della società italiana di quest’ultimo decennio sono paragonabili soltanto a quelle degli anni Sessanta. Allora un paese prevalentemente agricolo si trasformava in un Paese industriale; adesso un paese prevalentemente industriale si sta trasformando in un Paese sempre più caratterizzato dalla «nuova economia».
Non cambia solo il peso dell’industria rispetto ai servizi, cambiano culture, stili di vita, forme di aggregazione.
- Alle relazioni reali si sostituiscono relazioni virtuali, al dibattito gli slogan; alla partecipazione i sondaggi di opinione; allo sforzo di conoscere i problemi, gli spot. L’ultimo rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese ha rilevato il processo di frantumazione cui è esposta la società italiana, l’accentuata atomizzazione del tessuto sociale, ed ha parlato di “società molecolare” in cui i comportamenti, i disagi, i bisogni fanno sempre più riferimento a piccole dimensioni individuali, anziché organizzarsi in sistema. E’ una trasformazione che mi pare rischiosa non solo per la vita democratica, ma per gli stessi stili di vita. Stiamo andando verso una società che si fonda sull’esaltazione acritica dell’individuo e ne omologa poi la dimensione. Un individuo in apparenza onnipotente, ma sostanzialmente indifeso, che rischia di essere ridotto a mero soggetto di consumo sollecitato e indirizzato da ogni parte dai bisogni di produzione.
- Non a caso nella nostra società è diventato egemone il linguaggio dell’impresa. Lo si usa nella vita di una associazione, di un partito, nella scuola. L’insufficienza della politica ha fatto dilagare il dominio dell’economia. E siamo stati troppe volte ingenui: adottare un linguaggio era sottomettersi ad una egemonia, veicolare una idea, un valore direttivo. Efficienza, produttività, costi-ricavi, profitto sono stati estrapolati dai loro ambiti per divenire, impropriamente, la misura della bontà di un processo o di una azione. Basti pensare al dibattito di questi anni sulla crisi e la trasformazione dello Stato sociale. Abbiamo spesso appiattito la ricerca di nuovi modelli della cittadinanza sulle convenienze della contabilità. E l’economia, non la politica ad aver detto l’ultima parola. L’urgenza contabile ha finito per essere il solo criterio guida, sacrificando anche le urgenze sociali.
- A questa egemonia della economia ha corrisposto una contrazione della politica. In questi anni abbiamo assistito alla usura delle forme associative, dei partiti, delle associazioni, dei sindacati e parallelamente alla sostituzione del concetto di “popolo” con quello più indistinto di “gente”. Alcune analisi dimostrano come ormai il rifiuto della politica sia diffuso in tutti gli strati sociali, ma colpisca in particolare i più giovani e i meno abbienti, ossia le categorie che, un tempo, erano i naturali destinatari dei messaggi politici più innovativi. Si è parlato di “transizione infinita” del sistema politico italiano. Ma ora, dopo la “rivoluzione giudiziaria” e dopo la “rivoluzione referendaria” che ha reso possibile un inizio di sistema elettorale maggioritario, tocca ad una politica rigenerata riprendere l’iniziativa. Occorre, allora, volgere l’attenzione alle soluzioni concrete più che rimanere inchiodati agli stereotipi di una stagione ormai conclusa. È il caso della legge elettorale. Tema di primissima importanza poiché la legge elettorale influisce in modo radicale sull’organizzazione complessiva della vita politica nel Paese. Fatto salvo il consolidamento del maggioritario e della democrazia dell’alternanza, occorrerà immaginare delle soluzioni tecniche adatte alla variegata geografia politica del paese.
Le Acli e la democrazia L’avvenire della democrazia sta a cuore al nostro Movimento. Gli aclisti vengono dalla grande storia del cattolicesimo sociale, ma con un peculiarità tutta loro: mai estranei, sempre protagonisti anche del cattolicesimo politico. Nella nostra storia abbiamo tenuto insieme due vicende che nel mondo cattolico sono vissute spesso come separate. E questo fin dall’inizio, da Achille Grandi. Difesa del lavoro, ma insieme difesa della democrazia. E dopo Grandi così anche Penazzato, Labor, Rosati, Bianchi. Siamo stati sempre protagonisti anche nell’ambito dell’impegno politico. Alle spalle di Grandi, suo maestro, c’era stato Sturzo e il rifiuto convinto, deciso di qualsiasi ipotesi clerico-moderata. Le ACLI sono così state da sempre anche un movimento politico, hanno fatto politicamente problema. La storia delle ACLI si è intrecciata in modo creativo per lungo tempo con la storia della Democrazia Cristiana, il partito che più di ogni altro ha espresso la complessità e la ricchezza del cattolicesimo politico italiano. Alla fine della Democrazia Cristiana siamo stati attenti alla nascita, prima della “cosa bianca”, poi del Partito Popolare, nella speranza che la grande tradizione del “popolarismo” potesse riprendersi dopo l’esperienza della DC. Siamo poi stati anche tra i promotori dell’Ulivo, quando questo si presentava ancora come un movimento aperto, capace di suscitare entusiasmi, prima che venisse travolto dalle risorgenti logiche di partito. Ricordo queste cose perché siano chiare le ragioni per cui le ACLI abbiamo fatto politicamente problema. La nostra cultura originaria è stata quella del “popolarismo”: forte autonomia della società civile, giusto senso dello Stato, regionalismo, riforma amministrativa, crescita di una responsabilità popolare verso la cosa pubblica. Organizzazione, lotta, riforma politica a partire dall’azione sociale. La cultura del “popolarismo” rimane ancora la nostra cultura, al di là di questa o quella forma partito. Una cultura politica ricca ed originale collocata nello schieramento riformatore.
Il recente congresso dei Democratici di sinistra ha finalmente chiarito l’identità del nuovo partito nato dai profondi e sofferti cambiamenti del partito comunista, un partito socialdemocratico europeo. Nella misura in cui si aprirà alla nostra storia e alla nostra cultura di riferimento, tale soggetto politico sarà per noi un interlocutore valido e significativo.
Nel travaglio delle forme partito ad ispirazione cristiana, dobbiamo forse impegnarci più di altri perché un intero patrimonio di esperienze non naufraghi negli aspetti deteriori del “nuovismo” che ci circonda. E’ questo il modo con cui pratichiamo la nostra fedeltà alla democrazia e all’esigenza di riformarla incessantemente. Non siamo certo neutrali o indifferenti rispetto ai due schieramenti che tra mille problemi si vanno facendo strada nel Paese, ci adoperiamo perché prenda sempre più consistenza il polo di centro sinistra e in esso le forze che si rifanno al cattolicesimo democratico.
Questo, lo ripeto, oltre le singole forme partito, ma guardando ai processi di lunga durata, al movimento inarrestabile della democrazia italiana. Si tratta per noi di riscoprire e praticare la dimensione popolare della democrazia contro le derive massmediatiche, contro quella riduzione a gente delle persone che è oggi un pericolo devastante per la democrazia. In questo i nostri circoli possono avere un ruolo di grande importanza: ridiventare luoghi di dibattito politico, di iniziativa politica, di riflessione culturale. Dove non arrivano ormai più le sezioni di partito, di tutti i partiti, dobbiamo essere insieme alle molte espressioni della società civile a testimoniare che la democrazia è militanza dal basso, partecipazione diffusa, voglia di capire, di organizzarsi, di contare.
I referendum “sociali” Forse la negazione più chiara di una concezione della democrazia basata sulla partecipazione e sulla reciproca solidarietà di tutti la si può vedere nei referendum proposti dai radicali, in particolare in quelli cosiddetti sociali. Qual è l’idea che sta al fondo di questi referendum? L’idea di un individuo o di una relazione fra individui che deve liberarsi dai vincoli sociali, da ogni forma di tutela collettiva; l’idea di una arena civile fatta di singoli che competono ciascuno per conto proprio. In questa arena, si sa, vincono i più forti, i più ricchi, i meglio piazzati nella lotteria della vita. Tutt’al più il progetto che emerge è quello che conduce dalla cittadinanza alle corporazioni, attraverso una privatizzazione indistinta dei grandi servizi sociali.
Ma i radicali non hanno fatto altro che portare alle estreme conseguenze, con coerenza, la cultura politica (o impolitica) che ha cercato di affermarsi come dominante in questi ultimi anni. Basti pensare a tutto il dibattito sulla flessibilità del lavoro. Tema certo serio, problema reale. Solo che l’obiettivo non era tanto la trasformazione delle regole, ma la loro semplice abolizione; non era un diverso governo dei processi, ma la rinuncia a ogni governo. Quando ogni cosa è vista nell’ottica, nel linguaggio dell’impresa, le conseguenze sono evidenti: sono gli interessi di impresa a diventare il criterio di civilizzazione della società. Ciò che si vuole costruire non è una economia di mercato, che già c’è e nel suo ambito proprio meriterebbe per molti versi una propulsione maggiore, ma una società di mercato, che non c’è, perché nel corso di almeno un secolo, il movimento operaio e con esso il movimento cattolico hanno costretto l’economia ad assumersi una responsabilità sociale. E l’hanno costretta attraverso le lotte, i movimenti, i partiti, lo Stato.
L’adesione di Fossa ai referendum non è lo sbaglio di un leader, è la scelta conseguente di una cultura di impresa, che abbagliata da un vantaggio immediato ed effimero, rischia di dimenticare l'orizzonte più ampio del bene comune.
Se il lavoro è un semplice costo e il produttore una merce come le altre, si tratta di ridurlo, scomporlo, liberarlo dai vincoli e questo a prescindere dal valore di reti di relazioni, di legami di solidarietà, a prescindere dalla costruzione di società che solo rende vivibile un territorio. Il processo di flessibilizzazione dei mercati del lavoro e la crisi degli attuali sistemi di Welfare State fa diventare sempre più il lavoro come un problema che riguarda la comunità nel suo complesso e non più demandata ai rapporti di forza individuale.
Liberare il sistema di collocamento da inutili percorsi burocratici, mettere in cantiere nuove opportunità di lavoro con intelligente utilizzo del part-time o dei contratti interinali, non deve significare l’abbandono di qualsiasi regola. Non è dilatando l'area del lavoro precario che si risolve il problema dell'occupazione. Va respinto un approccio basato sull'idea che la flessibilità ridotta a precarietà sia l'unico mezzo per aumentare l'occupazione, anche quella delle fasce deboli.
Per questi motivi, le Acli si sono già più volte espresse contro questi quesiti referendari ed ultimamente hanno aderito alla proposta che il governo si costituisse davanti alla Corte Costituzionale contro i referendum "sociali". In particolare le Acli di Milano hanno dato l'adesione al comitato cittadino per il No e sono pronte a mobilitarsi e a sostenere le ragioni del No nel caso in cui la Consulta ammetta tali quesiti.
Società e lavoro a Milano Nei grandi contesti metropolitani, sono maggiori e più visibili i rischi di disadattamento, emarginazione ed esclusione anche perché più grande è la loro capacità di attrazione per le opportunità di lavoro e di accoglienza che sembrano offrire.
Noi siamo ben distanti da atteggiamenti di recriminazione e di sterile lamento e siamo pronti a collaborazioni con quanti intendono elaborare strategie positive e costruttive. Proprio per questo chiediamo fortemente “una politica per Milano” che conferisca alla città una identità all’altezza dei gravi problemi da affrontare. Riteniamo che la determinazione di strategie valide e non effimere esiga il contributo essenziale dei soggetti collettivi organizzati e principalmente di quelli che vantano un impegno collaudato nell’ambito del sociale. Sarebbe errore imperdonabile, noi crediamo, pensare a politiche metropolitane che scavalchino l’apporto di organizzazioni sindacali, movimenti e associazioni nell’illusione di raggiungere i portatori del bisogno e del disagio in modo più facile e diretto.
A fronte di una semplificazione della politica locale di tipo radicalmente neoliberista, noi rimarchiamo l’opportunità e la saggezza di una valorizzazione di tutte le energie presenti nel tessuto cittadino e auspichiamo una forma permanente di ‘stati generali dal basso’ che sia la premessa di un impegno diffuso e capillare. E del resto, soltanto una strategia di coinvolgimento, che veda in particolare nei soggetti del terzo settore, dell’economia civile, del volontariato, operatori tenaci e intelligenti, può rappresentare una ragione sostanziale della rinnovata richiesta di scegliere Milano come sede dell’authority.
In mancanza di una chiara vocazione di politica sociale, Milano rischia di diventare il terreno prevalente della competizione economica, mentre si assiste da tempo all'aggravarsi di forme vecchie e nuove di disagio ed esclusione. Le ricerche del gruppo del “Libro bianco”, non meno che le denunce della Caritas, di “Comunità nuova” e di altri significativi soggetti non smettono di segnalare l’esistenza, nella capitale economica del Paese, di una sotto-città di povertà diffuse. Come Acli abbiamo più volte richiamato l'attenzione su questi problemi e sulla necessità di contrastare tendenze alla polarizzazione ed alla frammentazione sociale che anche a Milano hanno ormai superato la soglia di guardia. Ribadire tale esigenza, creare una sensibilità e far crescere il consenso per interventi che facilitino l'accesso al mercato del lavoro delle componenti deboli è dunque più che mai essenziale.
Il "Patto per il lavoro" ha prodotto polemiche e divisioni. Ora è tempo di affrontare con efficacia i problemi del lavoro e dell'occupazione a Milano.
La preintesa firmata a luglio, negli obiettivi espliciti e dichiarati, si proponeva di affrontare i nodi che rendono difficile l'accesso al mercato del lavoro per tutta una serie di fasce e componenti deboli del mercato del lavoro: immigrati, disoccupati di lunga durata, giovani e persone a rischio di esclusione.
La Pastorale del lavoro ha più volte richiamato l'esigenza di una attenzione e di interventi puntuali ed efficaci in questa direzione.
Purtroppo, l'approccio seguito non è stato esente da equivoci. È parso, infatti, che quello che era in gioco a Milano non era tanto uno sforzo comune per affrontare i problemi delle fasce deboli, bensì il tentativo di avviare, partendo da Milano, una ridefinizione di regole ed istituti contrattuali, al fine di introdurre una maggiore flessibilità salariale e normativa.
Per dirimere le questioni sollevate dal Patto servono invece la massima chiarezza e paletti precisi. La ricerca di un consenso unitario, anche se difficile, non può essere elusa. Occorre utilizzare gli strumenti di flessibilità già esistenti senza introdurre deroghe o prefigurare nuove, maggiori flessibilità. Si tratta, in altri termini, di trovare il modo di utilizzare strumenti e forme di flessibilità già in vigore per affrontare le specifiche esigenze delle fasce deboli, con particolare riguardo a quelle connesse con problematiche legate all’esclusione sociale.
Il Patto deve tradursi in progetti in grado di creare occupazione aggiuntiva; non è accettabile che attraverso il Patto si proceda a forme di esternalizzazione della produzione dei servizi comunali.
Un aspetto cruciale riguarda il ruolo della cooperazione sociale. E' del tutto evidente infatti che, per molte aree del disagio, la cooperazione sociale, per la sua particolare competenza nell’accompagnamento è decisiva. E' dunque essenziale l'attivazione di progetti che vedano protagoniste le cooperative sociali, valorizzandone e qualificandone il contributo, senza comprometterne le potenzialità e l'immagine con logiche di massimo ribasso.
Un ulteriore problema, forse il rischio peggiore, è che attraverso il Patto passi l'idea che per affrontare i problemi dell'occupazione la via maestra sia quella della flessibilità. Non perché di flessibilità non si debba discutere. Se ne può discutere, ma avendo ben chiaro in mente che la flessibilità non comporta solo benefici ma anche costi - in termini di precarietà ed incertezza nella vita delle persone- e che all'aumentare della flessibilità i benefici si attenuano mentre i costi tendono ad aumentare. Può essere indispensabile ricorrere alla flessibilità, ma occorre nella fattispecie, tenere ben presente questi rischi.
Non bisogna poi dimenticare che negli ultimi anni sono state introdotte numerose norme ed istituti che hanno aumentato notevolmente la flessibilità del mercato del lavoro italiano. Per cui è senz'altro vero che di flessibilità ce ne già tanta. Se ulteriori passi in questa direzione si ritengono opportuni se ne discuta, nelle sedi e nei momenti appropriati, senza pregiudiziali e senza forzature.
Il mezzo migliore per aumentare l'occupazione, anche quella delle fasce deboli è quello di attivare efficaci politiche per rafforzare il sistema produttivo locale.
Il governo locale può fare molto per qualificare il sistema produttivo milanese. Può farsi promotore e attore strategico della concertazione locale, sollecitare la collaborazione delle imprese, delle organizzazioni sindacali, delle associazioni della società civile, dello stesso governo centrale; può favorire la cooperazione tra imprese, quella tra imprese e istituzioni di ricerca, università.
Il tema dello sviluppo locale e delle politiche locali per l'occupazione è invece stranamente assente dall'agenda politica della amministrazione Albertini, in stridente contrasto con l'importanza che esso ormai assume non solo in Italia ma anche a livello di Unione Europea. Non vorremmo che ciò dipenda da una subalternità ad un modello di neoliberismo estremo. Se le esperienze come il Patto per il lavoro non vogliono rimanere impigliate nelle contrapposizioni ideologiche, e ci si vuole aprire al contrario a una ragionevole sperimentazione con la convinta partecipazione di tutti, questa è la via giusta da percorrere subito e con la massima decisione. E' lecito nutrire ancora qualche speranza?
Quale solidarietà Io credo che dobbiamo approfondire il significato di una parola enorme, ma che rischia di diventare una parola confusa, quella di solidarietà. Non credo ci sia oggi un solo partito, una sola associazione, di destra o di sinistra, che non ponga, come sua ragione di fondo, il tema della solidarietà. Non basta dire che sono tutti modi attraverso cui si interpreta la solidarietà. E non credo neppure che basti dire che alcuni parlano di una solidarietà vera, altri di una solidarietà falsa. E’ che il concetto di solidarietà si è fatto confuso, generico, una chiave che apre tutte le porte.
Noi siamo eredi di un concetto di solidarietà che è nato nell’alveo del movimento operaio: la solidarietà ha coinciso per noi con l’organizzazione del conflitto per la giustizia sociale. Una solidarietà che ha organizzato i deboli, ha dato loro forza, dignità, voce, li ha resi soggetti politici, è stata conquista di diritti, abolizione di privilegi. In breve, come si diceva un tempo, ha dato dignità e onore al lavoro, ha conferito la fierezza di essere lavoratori perché portatori di un progetto di liberazione sociale per sé e per gli altri. Essere persone, e non merci. Una solidarietà, dunque, conflittuale, capace di progetto politico e sociale.
Oggi le cose non stanno più così. La solidarietà si presenta come prevenzione e intervento di processi di marginalizzazione. Non organizzazione del disagio ma cura e intervento sui processi di marginalizzazione.
Non è allora un caso che la Caritas sia diventata assai più di una associazione essenziale e preziosa per la società e la Chiesa italiana, è diventata la figura di un intero modo di intendere la solidarietà.
Nel vario mondo della solidarietà le ACLI devono sviluppare, come hanno fatto assai bene in passato, un proprio modo di intenderla, di praticarla, di viverla come nuovo ed esigente modello di razionalità sociale, costruttivo di rapporti di giustizia e di equa partecipazione alle risorse della convivenza. Ma questo implica un faticoso processo di ridefinizione delle ragioni e dell’impegno politico che scaturisce dalla nostra identità.
Le ACLI tra crisi del lavoro e crisi dello Stato sociale Le ACLI, non da oggi, si trovano a fronteggiare gli effetti di una duplice crisi: crisi del lavoro e crisi della cittadinanza sociale. Noi siamo una associazione di lavoratori che produce anche servizi. I nostri servizi hanno avuto l’indispensabile funzione di radicare la nostra presenza nel mondo del lavoro, di rendere concreto il nostro messaggio, di essere tramite di coinvolgimento del nostro progetto di società. Ci troviamo da almeno due decenni tra due crisi storiche. Innanzitutto crisi del lavoro. Non è il caso di ripercorrere in questa sede analisi fatte tante volte in seminari, convegni, congressi. E’ cambiato radicalmente il mondo del lavoro, le sue figure, i suoi profili professionali, le sue culture, le sue forme di organizzazione e di rappresentanza. Oggi siamo quasi all’invisibilità del lavoro, proprio mentre i lavori sono diventati più diffusi e imprevedibili nella loro consistenza. La cosa che bisogna sottolineare è questa: la nostra progressiva emarginazione dal mondo del lavoro e insieme la nostra presenza in una rete di lavori che appare sempre più anonima e sfuggente. Noi siamo interni ai processi di precarizzazione del lavoro, ma senza avere una chiara consapevolezza strategica di orientamento. Tutto ciò trascina l’altra crisi, quella della cittadinanza sociale. Crisi dei grandi servizi sociali: previdenza, sanità, formazione-scuola, assistenza. In questi anni la cooperazione sociale ha svolto un ruolo non solo di supplenza ma di vera e propria delega delle istituzioni. Una delega anche finanziaria, di risorse economiche. Non è un caso che in questi quindici anni e più il terzo Settore si è imposto all’attenzione del paese per il peso sociale ed economico che ha assunto, per il lavoro che ha prodotto, i servizi che ha prestato. E’ nata da questo peso l’idea di una economia sociale o civile che nasceva e si sviluppava al di fuori e a ridosso del mercato, inserita in modi inediti e talvolta impropri nelle politiche sociali delle istituzioni.
Non è qui il caso di analizzare le varie interpretazioni della economia sociale: chi l’ha vista come alternativa all’economia di mercato, chi come una integrazione, chi come una semplice alternativa a basso costo, e in chiave di supplenza, dei processi di ristrutturazione della cittadinanza sociale. Per noi l’economia sociale e civile deve fondarsi su ragioni anzitutto positive, deve essere il luogo della risposta efficace a bisogni nuovi emergenti da una società più ricca di risorse e più articolata nei suoi soggetti. In tale prospettiva l’economia sociale non può essere concepita in termini di semplice supplenza o di pura sostituzione.
Appunto per questo ci rendiamo conto che il Terzo Settore, in quanto rimane interno ai processi di precarizzazione del lavoro e della cittadinanza, deve sviluppare una delle sue valenze principali nel riuscire ad essere critica di questi processi, non una risposta facile e compensatoria ai loro problemi.
Diciamocelo: è grande la tentazione per coloro che operano nell’economia civile di crearsi uno spazio, una autoreferenzialità, che mentre si costruiscono una propria nicchia ideologica, contrattano risorse umane e finanziarie. Diciamocelo: è grande per noi la tentazione di trasformarci in una grande associazione di servizi. Ma è una tentazione con le gambe corte: noi siamo una associazione di lavoratori e i servizi intanto vanno bene in quanto ci radicano nel territorio e veicolano un nostro progetto di società. Fare altrimenti è rinunciare alle nostre ragioni fondanti. Cesseremmo di essere ACLI.
Quale allora l’urgenza della fase: rimettere al centro di noi stessi il problema del lavoro. A partire proprio dai lavoratori del Terzo Settore e dalle sue possibilità positive di espansione, per arrivare poi ai lavoratori penalizzati dagli aspetti negativi delle nuove forme di flessibilità (come ad esempio lavoratori a tempo determinato, precari, a orario ridotto e magari saltuari). A partire cioè dalle nuove frontiere del lavoro di oggi e di domani. Radicarci negli spazi impraticabili per il sindacato, divenire esploratori di percorsi e soggetti senza rappresentanza. I nostri servizi potrebbero essere, in questa prospettiva, strumenti preziosi.
Per questo dobbiamo approfondire, e in parte correggere, la rotta di questi anni, l’enfasi non virtuosa sul terzo Settore e sull’economia civile, avere l’avvertenza critica di essere attraversati dai processi di precarizzazione del lavoro e della cittadinanza e l’accortezza di non costruirci sopra nicchie ideologiche e status sociali.
Mettere al centro il lavoro facendolo giocare a tutto campo non come tributo formale alla nostra memoria, ma come elemento necessario della nostra stessa esistenza. Siamo una associazione di lavoratori che assume la precarietà del lavoro come dato strategico della fase e si impegna con pazienza e passione, sapendo che qui, non altrove, si costruisce il nostro futuro.
Le ACLI come scuola di formazione Tutto questo sarà possibile se le ACLI torneranno ad essere una grande scuola di formazione. Negli oltre cinquant'anni della loro vita, le ACLI hanno accompagnato i cambiamenti intervenuti nel nostro Paese con un permanente impegno di formazione per facilitare l'adeguamento dei propri soci alle mutevoli esigenze della società italiana. Possiamo dire che l'attività formativa delle ACLI in certi momenti della loro storia è stata tanto intensa da caratterizzarle come scuola di formazione e da attirare su di esse un interesse non minore di quello suscitato dai servizi per i lavoratori . Basterebbe ricordare, a questo proposito, le parole del cardinale Montini in visita ai partecipanti ai corsi estivi nel castello di Monguzzo o le considerazioni che faceva Luigi Clerici.
Ciò che conta è essere consapevoli che se declina il ruolo della formazione, se essa non è più alla base del nostro movimento, se essa tende a specializzarsi nei servizi, vuol dire che stiamo galleggiando sui problemi, ci stiamo adattando al contingente, rinunciando a fare una autentica azione sociale. Senza un progetto di società, senza la costruzione di una solidarietà capace anche di conflitto, la formazione tende a farsi tutt’al più una tecnica di marketing, non esprime più l’anima del movimento.
Il nostro impegno formativo, proprio al fine di evitare inconcludenza e dispersioni, dovrà incentrarsi su punti particolarmente qualificanti. Pertanto dovrà prendere in considerazione gli ambiti cruciali dello sviluppo sociale e del lavoro. In proposito già ci siamo mossi con un Corso sul lavoro, con i pregi (e i limiti) di una iniziativa particolarmente qualificata. Abbiamo anche svolto formazione decentrata nel territorio grazie anche all’iniziativa del Movimento Primo Lavoro. Questo metodo intendiamo rendere più diffuso e capillare. Pensiamo poi all’urgenza e alla necessità di reperire le risorse per istituire, in dialogo con le forze sociali, culturali e sindacali, due osservatori permanenti che raccolgano competenze di esperienza e di riflessione in grado di dare corpo alle linee di pronunciamento e di intervento a livello provinciale e, in misura forse ancora più essenziale, all’assunzione di responsabilità e all’apporto creativo delle zone e dei circoli.
Ciò consentirebbe anche di dare un’animazione culturale all’attività dei servizi in quanto inseriti nel progetto complessivo del nostro movimento.
Conclusioni Cari amici, a questo XXVI Congresso giunge un Movimento ricco e composito nell’articolazione dei suoi momenti organizzativi, dai giovani, alle donne, agli anziani del Map, a quanti sono operosi nei Circoli e nelle Zone, con un impegno quotidiano, fatto anche di piccole cose e di attenzione ai bisogni, ai desideri, alle attese, soprattutto dei più esposti ai rischi di povertà e di emarginazione in un contesto urbano e territoriale spesso difficile da vivere. In questo appuntamento vogliamo mettere a frutto tutta la capacità organizzativa e umana di cui sono cariche la nostra storia e la nostra esperienza. Una storia che va rinnovata, una esperienza che va corretta e migliorata, per renderci sempre più degni del triplice servizio che dobbiamo al mondo del lavoro, alla comunità dei credenti, allo sviluppo della democrazia.
Prima di aprire il dibattito congressuale, consapevoli di trovarci in un particolare passaggio che sta cambiando profondamente noi, la nostra associazione, la nostra città e il nostro paese, ci limitiamo ad osservare che il cammino unitario che insieme abbiamo percorso in questi quattro anni può e deve stimolarci secondo l’esortazione del nostro cardinale a guardare al futuro con coraggio.
«Avete ricevuto dal passato – ci ha detto lo scorso 29 maggio il nostro Cardinale - un'eredità ricca e di speranze. Avete tra le mani un mondo tentato ogni giorno di delusione e di fughe. A voi spetta di riproporre un'azione coraggiosa e serena mostrando che, a partire dalle piccole fedeltà e dall'osservanza delle leggi nelle piccole cose, dalla deprecazione di ogni violenza in qualunque minima sua espressione, può nascere una società più ordinata, più attenta, più giusta, più sicura».
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Giovanni Battista Armelloni
Presidente provinciale delle Acli milanesi |
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