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Relazione di Giambattista
Armelloni alla settimana formativa (Motta di Campodolcino 24-8-2003)
Il sogno di una nuova societa'
"Io sogno ancora" . E' il grido che la folla di
neri d'america, accorsa in massa ad ascoltare Martin Luther King,
ritmava mentre il leader e martire dell'integrazione razziale
americana, pronunciava quello che è rimasto il suo discorso
più famoso ed ispirato, a sostegno della legge sui diritti
civili, in appoggio alla difficile battaglia che J.F. Kennedy conduceva
sul versante politico. "Anche se oggi dobbiamo ancora affrontare delle
difficoltà e dovremo affrontarle in futuro, - diceva Luther King
- io ho ancora un sogno... Sogno che sulle rosse colline della Georgia
i figli degli antichi schiavi e i figli degli antichi proprietari di
schiavi possano sedere insieme al tavolo della fratellanza... Sogno che
un giorno ogni valle sarà ricolmata, ogni collina e ogni
montagna si abbasserà, i luoghi impervi diverranno piani e
quelli toruosi si raddrizzeranno, e la gloria del Signore verrà
rivelata, e tutti gli uomini la vedranno insieme".
Tre mesi dopo Kennedy fu assasinato. La legge sui diritti civili fu
approvata. "Debbo tutto a Kennedy" disse Luther King nel ricevere il
premio nobel per la pace. Consapevole che la battaglia era tutt'altro
che finita e in quell'occasione aggiunse: " Occorre abbattere le
barriere interne della mente e dello spirito. Ora ci troviamo gomito a
gomito con i bianchi ma separati per quel che riguarda il cuore. Le
leggi possono comandarci la tolleranza, ma non la fratellanza umana".
L'azione di M.L. King veniva tragicamente troncata dal suo brutale
assassinio.
Da questa vicenda vogliamo trarre almeno due sollecitazioni per la
nostra riflessione durante questa settimana di studi, che sarà
arricchita dalle relazioni specifiche degli esperti, ma anche qualche
indicazione programmatica per le ACLI Milanesi che, come è noto,
apriranno la fase congressuale nel prossimo autunno.
La prima sollecitazione riguarda Il sogno. La vita delle singole
persone come la vita delle organizzazioni hanno bisogno, di stimoli
ideali, di visioni generali, di coltivare e orientare le esigenze di
cambiamento volte al miglioramento delle condizioni divita dell'intera
umanità, all'affermazione degli ideali di giustizia e di
eguaglianza. Nel nostro tempo sembra che non sogni più nessuno.
Eppure il sogno è parte integrante della vita. Oggi più
che di Vita si deve più propriamente parlare di sopravvivenza.
Gli scenari che vanno oltre il nostro rizzonte quotidiano ci
spaventano, e ci apprestiamo ad erigere steccati per difendere il
nostro particolare. Le diseguaglianze non sono più un problema,
le giustifichiamo teoricamente, e ci rinchiudiamo a difendere quelli
che pensiamo siano i "nostri" diritti conquistati col "nostro" lavoro.
Le ingiustizie ci sembrano tali, solo quando toccano ciascuno di noi.
Sono questi i sintomi di una società sempre più
individualista, ripiegata su se stessa, condizionata nel profondo,
dalle logiche del profitto, del guadagno, del tornaconto individuale e
di gruppo, che ha come legge il pragmatismo dei fini. Una
società che non sa sognare è una società senza
speranza. Ernesto Balducci ci ricorda che "...i cristiani saranno, nel
contesto di un mondo sempre più contenuto entro le forme della
laicità, il nucleo più vivo della società,
l'organismo comunitario in cui il senso di responsabilità verso
la storia sarà acutissimo e fecondo. Il credente in Cristo sa
che il prendersi la responsabilità di una speranza umana
equivale ad una risposta fattiva ai segni del tempo, come dire
all'appello di Dio". La speranza di integrazione dei popoli, la
speranza di estendere i diritti umani, la speranza di un mondo in
pace, di una sempre maggiore giustizia sociale, la speranza di veder
riscattare dalla condizione di inferiorità e di sfruttamento i
più deboli, sono appelli irresistibili per i cristiani. Almeno
per quei cristiani che non si isolano nel loro piccolo mondo alzando
gli occhi al cielo, nel perbenismo di chi giustifica ciò che
possiede per aver scelto la "parte" giusta. Vorremmo che il nostro
movimento diventi sempre più un luogo ove si incontrano quei
cristiani che stanno nel mondo e che assumono la responsabilità
di stare sulla frontiera della gente comune per far germogliare la
speranza degli umili. Vorremmo che tra le nostre fila quel sussurro che
di volta in volta rompe il silenzio del vivere freneticamente la
quotidianità diventi un grido: io sogno ancora!
La seconda sollecitazione riguarda Il conflitto sociale. La battaglia
per l'affermazione dei diritti civili in USA, che abbiamo ricordato, ci
insegna che il conflitto per il progresso sociale è parte
integrante della crescita di una società dinamica e democratica.
Si basa sulla capacità di comprensione della realtà,
sulla disponibilità all'ascolto, sull'assunzione della
responsabilità diretta della speranza degli ultimi. Si
può sviluppare attraverso metodi e mezzi conformi al Vangelo (la
strada non violenta) e nel contempo adatti a difendere e a promuovere
la causa della giustizia (l'obiettivo legislativo). Il rapporto con i
soggetti istituzionali è tanto più fecondo quanto meno
è burocratico e neutrale. L'autonomia del sociale rispetto
alla politica non è sinonimo di neutralità, ma è
la consapevolezza che la conquista di nuovi livelli di civiltà,
passa attraverso la definizione di strumenti legislativi adeguati e
diventa realtà solo se il senso profondo delle regole entrano a
far parte del patrimonio culturale di un popolo. Da qui ne discende il
ruolo e l'efficacia dell'azione delle aggregazioni sociali e del loro
rapporto positivo con la dimensione politica.
Sogniamo un mondo ... in cui la giustizia, l'eguaglianza e la
solidarietà siano i presupposti fondamentali per la convivenza
pacifica fra i popoli.
Le nuove generazioni con le loro micro associazioni hanno colto le
potenzialità e i rischi dell’epocale processo di globalizzazione
in atto, più di quanto non abbiano fatto partiti e sindacati. Il
fenomeno dell’allargamento dei mercati, della diffusione delle
produzioni non è il risultato casuale di una serie di
circostanze ma di una scelta fortemente voluta dell’uomo, un processo
storico ineluttabile, denso di contraddizioni e non lineare nel
suo sviluppo. La crescita dell’economia è sempre stata
accompagnata dalla ricerca di nuovi mercati, di nuovi territori verso
cui espandersi, oggi possiamo dire che i mercati stanno diventando
sempre più interdipendenti sino a raggiungere la dimensione
planetaria. L’interscambio di capitali, di beni, di servizi, di
tecnologie, sta subendo in questi anni una poderosa accelerazione,
grazie al verificarsi di una serie di condizioni e di eventi che ne
hanno favorito lo sviluppo.
La caduta del sistema comunista e la conseguente “vittoria” del
capitalismo, inteso come modello economico fondato sull’economia di
mercato, ha sviluppato un immenso potenziale di cambiamento volto al
superamento dei confini politici e culturali tradizionali. Lo
sviluppo della tecnologia informatica e telematica, ha messo a
disposizione dell’uomo potentissimi strumenti che permettono oggi alle
informazioni di valicare in tempo reale qualsiasi frontiera. E con la
trasmissione di una immensa mole di informazioni cambiano i modelli
culturali, mutano gli stili di vita, si accrescono le conoscenze, ma
anche si spostano capitali, mutano gli assetti proprietari, si comprano
e si vendono merci e servizi ovunque e in tempi solo qualche anno fa
inimmaginabili. Molti paesi, anche quelli più poveri,
hanno rimesso in discussione le logiche protezionistiche per poter
partecipare al grande banchetto dello sviluppo globale.
Anche la mobilità delle persone oggi non ha confini. Il
desiderio profondo dell’uomo di conoscere ogni angolo della terra, sta
diventando sempre più una realtà. Non si tratta solo di
fenomeni dovuti alla rapidità degli spostamenti temporanei, per
lavoro o per turismo, ma di una massiccia ripresa di imponenti flussi
migratori. E’ una vera e propria fuga dai paesi più poveri a
quelli più ricchi, alla ricerca di un luogo dove vivere e
lavorare, dai paesi in guerra verso quelli in pace, dalla dittatura
verso la democrazia. Se con la prima rivoluzione industriale i flussi
erano essenzialmente circoscritti ad alcune destinazioni e le
provenienze altrettanto limitate, oggi le etnie in movimento sono
moltissime e le migrazioni sono riprese vistosamente anche verso paesi,
come l’Italia, che nel secolo scorso erano tra coloro che cedevano
manodopera. L’egoismo, i pregiudizi razziali, le paure ataviche nei
confronti dello straniero, riemergono con violenza. E paradossalmente,
sono proprio i portatori della cultura liberista più estrema, i
teorizzatori del mercato globale come risolutore di tutti i mali
del mondo, che giustificano qualsiasi movimento di capitali e di merci,
ma vedono con ostilità ed apprensione la migrazione di esseri
umani. Il fenomeno migratorio pone alle nostre comunità problemi
nuovi, che non possono trovare soluzioni primitive attraverso la
erezione di anacronistici steccati a difesa della integrità
delle etnie, delle culture, delle ricchezze. Non è comprensibile
come si possa trasformare un problema sociale ed economico
semplicisticamente in un problema di ordine pubblico, il nostro
approccio non si lascia influenzare dal populismo e dalla demagogia,
come sta accadendo purtroppo anche in taluni settori del mondo
cattolico, esso deriva dalla certezza che tutti gli esseri umani
sono figli di Dio, che la terra ed i suoi frutti sono un dono di Dio
fatto a tutta l’umanità: noi siamo per rappresentare una visione
adulta e matura di un problema non nuovo nella storia
dell’umanità e quindi le nostre parole d’ordine a cui dobbiamo
dare visibilità anche a costo dell’impopolarità, non
possono che essere quelle proprie di una società solidale:
inclusione, integrazione, accoglienza; le uniche che possono garantire
una convivenza civile, pacifica e il rispetto della legalità.
Da questo immenso processo di globalizzazione deriva una forte
spinta allo sviluppo ma non è niente affatto scontato che alla
crescita economica globale, corrisponda automaticamente una diffusione
generalizzata del benessere: l’ampliamento della forbice delle
povertà e dell’esclusione sono sempre in agguato. Il mercato,
l’accumulazione, il profitto, la moneta, sono diventati dei feticci
universali da cui tutto deve discendere, ma non esiste nessun
nesso automatico fra la produzione di ricchezza e la soluzione
dei problemi sociali.
Il principio di accumulazione, se non è temperato da regole che
rispettano i valori e si ispirano ad un’etica comune, può
indurre ad una involuzione selvaggia della società nella quale
si giustifica qualsiasi squilibrio. Si può trovare
giustificazione alla distruzione dell’ambiente, all’azione della
criminalità organizzata, allo sfruttamento dei minori. Solo se
le dinamiche innescate dai processi di globalizzazione sono governate
da regole ispirate a valori universali, si possono sprigionare grandi
opportunità di sviluppo e di crescita delle condizioni di vita
per interi popoli, altrimenti possono diventare un catalizzatore di
rischi per l’equilibrio mondiale o più semplicemente una
formidabile cassa di risonanza delle distorsioni esistenti. Negli
ultimi 50 anni la povertà si è ridotta più che nei
500 anni precedenti ma, un terzo dell’umanità, continua a vivere
con meno di un dollaro al giorno e la forbice tra i paesi che vivono
nella fame e nella povertà e quelli che hanno come unico
problema quello della dieta, si allarga sempre di più.
L’economia globale non può essere abbandonata a se stessa.
Perchè possa essere governata, necessita di POLITICA, di
ISTITUZIONI e di REGOLE globali.
Questo è il passaggio più difficile e controverso. I
paesi più forti sono molto restii a cedere una parte della loro
sovranità politica ed istituzionale ad organismi sovranazionali,
e ancor più a sottostare a regole mediate con i paesi più
poveri. I paesi più ricchi, anzichè operare scelte
politiche coerenti, sono più inclini alla “beneficenza”, molto
più vantaggiosa, perchè tranquillizza la coscienza, non
intacca i progetti di espansione e non altera le regole del libero
mercato.
Il sistema delle imprese multinazionali sembra svincolarsi da qualsiasi
volontà politica di introdurre regole sociali, con una
determinazione come forse non era mai accaduto in passato. Sta sorgendo
nel contempo una sensibilità diffusa rispetto alla
globalizzazione del sistema di diritti che noi conosciamo. Questa
sensibilità è molto radicata nel mondo cattolico,
l’attenzione ai poveri della terra, la lotta alle condizioni di
sfruttamento, le lotte di liberazione dall’oppressione, l’affermazione
della persona umana al di sopra di qualsiasi primazia economica e
politica, contro lo sfruttamento, a favore della estensione planetaria
delle garanzie e della protezione sociale, sono un patrimonio culturale
e di valori che è parte integrante della nostra storia.
Si va riscoprendo una profonda verità, che sta alla base della
dottrina sociale della Chiesa, e cioè che il liberismo, non
governato dalla Politica crea profonde ingiustizie, e che, come ci
ricorda frequentemente il SS. Padre, non c’è pace senza
giustizia. I fatti dell’11 settembre ci hanno visto tutti mobilitati in
una lotta senza esitazione contro il terrorismo. Tuttavia le
modalità di intervento militare per sconfiggere questa piaga che
segna profondamente la vita di comunità civili inermi, ci impone
innanzitutto una riflessione su tale strumento. La guerra in Iraq
proclamata con motivazioni incerte, discutibili, inconfessabili e con
modalità che forzano il diritto e la legittimità
internazionale, sta dimostrando, al di là di considerazioni
etiche e morali, la sua inefficacia rispetto alla sconfitta del
fenomeno terroristico. Le forze di occupazione stanno subendo
più perdite a tre mesi dalla cessazione ufficiale del conflitto
di quanto non ne abbiano subite durante l'azione bellica. E' stato
finalmente cacciato un dittatore sanguinario e nel contempo si è
aperta una situazione di crisi di leadership e di governabilità
che rende sempre più remoto un possibile orizzonte di pace e di
autodeterminazione del popolo iracheno. L’escalation “attacco
terroristico/repressione militare” fra Palestina ed Israele assomiglia
sempre più ad una nuova forma di guerra impari la disperazione
dell’atto terroristico, contro la forza e la potenza dei mezzi
militari, dall’altro. Questo fatto divide le coscienze e fa perdere di
vista le ragioni che dall’una e dall’altra parte oggettivamente
esistono: “due paesi per due popoli”. Uniamo la nostra voce agli
organismi internazionali impegnati per la pace, a quella del popolo
israeliano e del popolo palestinese, a quella di tutti coloro
che chiedono di mantenere aperto il dialogo per il raggiungimento
di una condizione di pace.
Non condivideremo mai l'ideologia della guerra preventiva. Quando viene
meno la politica e prendono il sopravvento le armi, ogni ragionevolezza
è preclusa; quando si antepone la forza alla ragione trionfa il
conflitto.
Sogniamo un mondo del lavoro in cui le persone siano al centro delle
preoccupazioni degli operatori economici e dei governanti.
Le conseguenze negative dei processi di globalizzazione selvaggia, in
assenza di regole, riguardano tutti, anche quei paesi più ricchi
come l’Italia che pure siedono al tavolo dei grandi del mondo.
Le conseguenze sull’economia sono tutt’altro che trascurabili.
Più che l’economia reale cresce la rete finanziaria e la
speculazione globale ad essa legata; sono risorse immense, che vengono
dirottate dallo sviluppo produttivo verso i guadagni di pochi. Crescono
le sofferenze legate alla mancanza di lavoro dovuta alla
rilocalizzazione delle imprese in altri paesi ed alle modalità
con cui viene richiesta la prestazione. Infatti se l’impresa può
scegliere di collocarsi in quella parte del mondo che offre i maggiori
vantaggi, non è così per il lavoro che, per sua natura,
è più legato al territorio. Si innescano quindi dinamiche
perverse, indotte dalla spietata concorrenza al ribasso. L’odioso
ricatto, rappresentato dalla deresponsabilizzazione delle imprese verso
il proprio paese, è usato sempre più frequentemente nei
confronti dei governi perchè si prodighino per ridurre in ogni
modo i costi di produzione.
Questo spiega la continua pressione perchè venga ridotto
il prelievo fiscale sulle imprese, senza tuttavia evidenziare le
conseguenze negative rispetto al ruolo ridistributivo dello Stato. Sta
passando l’idea che sono i salari e i diritti dei lavoratori l’elemento
principale che ostacola lo sviluppo della competitività del
sistema produttivo sui mercati globali.
Il termine più usato è flessibilità. Infatti esso
assume sempre più il significato di minima protezione, come
condizione indispensabile per il miglior funzionamento dei mercati. Si
spiegano in questo contesto, le forme vecchie e nuove di sfruttamento
dei lavoratori; i sempre minori investimenti per la sicurezza nei
luoghi di lavoro e così via. In ultima analisi, nell’economia
globalizzata, il lavoro viene considerato sempre più come un
costo di cui, se possibile, farne a meno, anziché una risorsa da
valorizzare. Le forme di flessibilità che si manifestano
attraverso le più svariate tipologie contrattuali, costituiscono
la ragione principale della ormai eccessiva frammentazione del mercato
del lavoro. Esse hanno fatto saltare i criteri di regolazione del
salario, rendendo ormai irrintracciabili i principi di giustizia e di
eguaglianza nell’illusione che sia il mercato la sola vera
autorità salariale. Queste forme di lavoro, se attuate come
libera scelta, da lavoratori giovani e con alti livelli di
professionalità, possono costituire delle opportunità
per migliorare la qualità della vita, conquistare maggiore
libertà, valorizzare l’iniziativa individuale. Se invece
costituiscono delle scelte obbligate, presentano spesso delle vere e
proprie controindicazioni, che possono far scivolare il lavoratore
nella precarietà.
Precarietà che deriva dall’incertezza nella progettazione del
proprio futuro, dall’incertezza di un reddito, dall’incertezza di poter
contare su un lavoro che offra un minimo di gratificazione personale,
dall’incertezza che deriva dalla ricerca continua di una collocazione
lavorativa dignitosa, dall’incertezza che deriva dal venir meno di una
rete di protezione sociale legata al lavoro. Sono tutti elementi che
contribuiscono a formare una condizione di disagio individuale che non
tarderà a trasformarsi in disagio collettivo e in malessere
sociale.
Una visione matura del problema della flessibilità del mercato
del lavoro ci dovrebbe portare a considerare che non è l’unica
strada per sostenere la competitività delle imprese e che la
valutazione sui possibili benefici viene fatta sempre riferita
all'impresa, non considerando i costi sociali ed umani che essa
comporta.
Tutti gli osservatori sono concordi nel sostenere che il mercato
globale sollecita il nostro sistema economico produttivo ad essere
più competitivo e che il miglioramento della
competitività passa attraverso molte variabili come la
facilità di accesso al credito, la capacità di adeguare i
prodotti alle esigenze del mercato, la disponibilità di
infrastrutture, un contesto territoriale adeguato, la diffusione di una
cultura d’impresa, la capacità manageriale e organizzativa, la
ricerca e così via. In definitiva, può essere necessaria
un’impresa più flessibile che non necessariamente è
sinonimo di rapporto di lavoro più flessibile. Il problema della
competitività è stato semplicisticamente ridotto ad una
costante ricerca di costi da comprimere. Infatti viene chiesta una
drastica riduzione della pressione fiscale che risulta essere
compatibile solo con un taglio altrettanto drastico della spesa
pubblica e della spesa sociale. Si chiede un ridimensionamento della
contribuzione sociale, considerato illusoriamente uno dei fattori di
aumento della competitività del sistema, senza evidenziare le
conseguenze depressive sull'economia dovute alle minori prestazioni di
welfare e quindi alle peggiori condizioni di vita dei lavoratori.
In questo contesto, la richiesta di maggior flessibilità, assume
il significato di considerare il lavoro in ogni suo aspetto,
semplicemente un “costo” da comprimere il più possibile. La
palese avversione nei confronti di qualsiasi regola, si spiega con il
fatto che ogni norma viene considerata un vincolo, e quindi un costo.
Meno leggi e meno contratti, assumono il significato di minori
vincoli e quindi di minori costi a carico dell'impresa.
La sfida della competizione basata semplicemente sulla riduzione dei
costi, è una sfida che colloca il nostro Paese sulla
fascia bassa del mercato mondiale e oltre ad essere una scommessa persa
in partenza, è una rincorsa che non avrà mai fine .
Infatti, sarà sempre possibile trovare un popolo o un lavoratore
che fugge da condizioni di miseria, dalla dittatura, dalla guerra,
disponibile a lavorare ad un costo inferiore. C’è tuttavia chi
pensa che questa sia l’unica strada da perseguire in ogni modo,
ignorando che esistono soglie di tollerabilità sociale dovute
alla riduzione del tenore di vita, al di sotto delle quali, si
può andare solo senza il consenso e quindi restringendo gli
spazi di democrazia.
Esiste però un altro scenario, indiscutibilmente più
adatto a paesi ricchi e industrializzati come l’Italia e
l'insieme dell'Europa, quello della competizione sulla fascia alta del
mercato, ricercando quindi un costante miglioramento della
qualità dei prodotti. Ciò significa aumentare le
conoscenze, valorizzare la ricerca, la preparazione professionale, la
creatività; in ultima analisi significa considerare il lavoro,
una risorsa su cui investire. Solo in questo contesto la
flessibilità non assume il significato del lavoro “usa e
getta”, ma diventa la ricerca della prestazione migliore sia per
l’impresa che per il lavoratore.
La flessibilità oggi esiste e sta producendo un profondo
cambiamento nel modo di concepire il lavoro e nello stile di vita dei
lavoratori.
Oltre il 70% degli avviamenti al lavoro avvengono ormai attraverso
contratti atipici. Questo uso diffuso della flessibilità sta
incominciando a produrre alcuni effetti sui quali è necessario
riflettere:
a) se è vero che molti giovani vedono in questo modo di lavorare
importanti spazi di libertà e discrezionalità, è
altrettanto vero che ciò provoca una maggiore incertezza e
difficoltà a progettare il futuro. Lo dimostra la diffusa
permanenza in famiglia fino a giovinezza inoltrata, sollecitando
l’insieme del nucleo familiare allo svolgimento di un abnorme e
prolungato ruolo di accompagnamento verso una vita autonoma.
b)La consistente varietà di tipologie contrattuali sta
contribuendo significativamente alla segmentazione del mercato del
lavoro. Sono ormai trentotto i tipi di contratto ai quali si aggiungono
gli altri quattro previsti dalla L.30/03 recentemente varata. I
contratti che hanno riscosso il maggior successo, sono quelli con
minori garanzie per i lavoratori e quelli meno costosi, dove i minori
costi sono dovuti al fatto che le protezioni sociali sono poste
sostanzialmente a carico del lavoratore. Questa situazione si
sovrappone ad un mercato del lavoro già molto segmentato a
causa delle diversità di salario e di garanzie esistenti nei
vari settori. Basterebbe pensare alle differenze fra pubblico impiego,
la grande industria, la piccola impresa, il no-profit, il lavoro
sommerso, per constatare come i principi di eguaglianza e di giustizia,
sono andati gradualmente sfumando, lasciando lo spazio solo alla
competizione al ribasso, ove neppure il merito viene più
riconosciuto a causa della impossibilità a costruire una storia
professionale spendibile.
c) L’obsolescenza delle capacità professionali ha subìto
una forte accelerazione dovuta allo sviluppo tecnologico. L’impresa
raramente si è fatta carico di questo problema. Per molti
lavoratori la possibilità di continuare a stare sul mercato
è legata alla capacità di cogliere le rare occasioni di
riqualificazione professionale oppure di uscire anzitempo
dall’attività lavorativa. Se però l’età della
pensione si allontana sempre di più e la riqualificazione rimane
una enunciazione di principio, lo spettro della precarietà
prende sempre più forma.
d) I meccanismi di flessibilità sin qui introdotti stanno ormai
creando una netta frattura nel mercato del lavoro fra quel nucleo
ristretto di lavoratori che, per diverse ragioni vengono fidelizzati,
coccolati dall’impresa e ben pagati e la massa di lavoratori flessibili
che finiscono facilmente per collocarsi nell’area della
precarietà.
e) La tendenza a ridimensionare il sistema di garanzie collettive
previste da leggi e contratti e sostituirle con principi generali che
dovrebbero stare alla base dei futuri contratti individuali, sembra
ignorare che erano proprio queste regole collettive che colmavano la
diseguaglianza di potere contrattuale fra datore di lavoro e lavoratore.
f) La diffusione del lavoro atipico pesa sui redditi familiari.
Infatti, il forte aumento della quota di lavoratori a bassa
retribuzione è interamente dovuto alla diffusione dei lavori a
tempo parziale.
Ci si chiede cosa si può fare per evitare che il lavoro
flessibile faccia scivolare chi lo pratica in una condizione di
precarietà.
- E’ necessario costruire luoghi di incontro fra domanda e offerta di
lavoro particolarmente efficaci. L’iniziativa privata, così come
prevista dalla L.30/03 da sola difficilmente potrà coprire
l’intero mercato del lavoro, quindi non ci può essere un
disimpegno del pubblico in questo campo, che è l’unico che
può garantire, accanto al privato sociale, un’attenzione ai
soggetti più deboli.
- E’ necessario costruire un sistema di formazione professionale
continua, che consenta ai soggetti più a rischio di fruire,
lungo tutta la vita lavorativa, di occasioni di formazione e di
riqualificazione professionale per evitare una marginalizzazione
precoce dal mercato del lavoro.
- E’ infine necessario partire dal presupposto che la
flessibilità, quella dettata da esigenze funzionali, se si
ritiene necessaria all’impresa, ha un costo che non può essere
pagato dalla parte più debole del ciclo produttivo. Quindi la
costruzione di un sistema di ammortizzatori sociali rivolto a tutti i
lavoratori avrebbe dovuto essere propedeutico a qualsiasi altro
intervento sul mercato del lavoro.
Sogniamo un sistema di protezione sociale in cui "...ogni valle
sarà colmata, ogni montagna si abbasserà, i luoghi
impervi diverranno piani ..." , ove la lotta alla povertà
e alle diseguaglianze prenda il sopravvento sull'egoismo di chi ha di
più, ove il lamento dei benestanti non sovrasti la ragione dei
più deboli.
L'idea della competizione attraverso la riduzione dei costi spiega la
crescente resistenza a garantire il finanziamento del sistema di
protezione sociale e la richiesta di passare da forme solidaristiche a
forme individuali e privatistiche. Uno degli effetti indotti
dalla globalizzazione è costituito proprio dalla tendenza a
sottrarre sicurezza alle persone, attraverso la progressiva
attenuazione dei diritti e il ridimensionamento del Welfare State. Noi
non siamo così insipienti come qualcuno pensa, che ci schieriamo
a difesa di un sistema di protezione sociale pubblico semplicemente per
spirito di conservazione anche quando esistono situazioni
indifendibili, siamo decisamente schierati per una sua autentica
riforma, nel senso di un profondo adeguamento ai cambiamenti. Riformare
per difendere non è la stessa cosa dell’intaccare la protezione
sociale pubblica per consegnarla ai privati in nome di una presunta
modernità. La prima forma di sussidiarietà deriva
dall’azione redistributiva dello stato, come ci ricordano le encicliche
sociali: per noi questa è la modernità. Da anni ormai la
sicurezza del reddito e del lavoro sono sottoposte ad una costante
riforma in senso meno protettivo. Anche il federalismo viene giocato in
questa chiave. Esso infatti non viene comunemente inteso come uno
strumento di valorizzazione delle autonomie locali, che noi
condividiamo profondamente, quanto piuttosto come uno strumento per
contrastare la logica redistributiva dello stato.
Se fosse provata l’idea secondo la quale è sufficiente
perseguire delle politiche di crescita e di sviluppo della ricchezza
prodotta, perché il benessere automaticamente, sia equamente
distribuito a beneficio di tutti gli strati della società
sarebbe superfluo qualsiasi intervento pubblico di tipo assistenziale,
e a maggior ragione, un sistema di welfare universale, basato sul
principio della ridistribuzione solidale delle risorse. E’ invece
dimostrato che questa impostazione è rimasta nei manuali. Le
logiche di mercato, se da sole possono bastare alla risoluzione dei
problemi del profitto, ben difficilmente risolvono automaticamente i
problemi degli squilibri sociali. Anzi l'ideologia liberista si basa
sul presupposto che le diseguaglianze sono un fatto naturale, legate
alla capacità e alla volontà del singolo, e che le
responsabilità sociali e colletive sono solo una costruzione
teorica, perchè esiste solo la dimensione individuale.
Tuttavia, nei paesi ricchi e industrialmente avanzati permangono tre
fenomeni significativi, tendenzialmente irrisolti: il fenomeno della
povertà, quello dell’esclusione sociale e quello delle
diseguaglianze. Nel bel saggio di Ermanno Gorrieri, “Parti eguali fra
diseguali”, al quale ci siamo ispirati, questi fenomeni sono
esaminati con dovizia di particolari, anche di carattere tecnico, molto
utili a chi volesse formarsi un’opinione non superficiale su questo
tema. Il testo contiene analisi e informazioni indispensabili per
consolidare un orientamento politico ed una strumentazione adeguata,
volta al superamento dei profondi squilibri sociali esistenti nelle
nostre società. Ciò ha un senso almeno per tutti coloro
che credono sia possibile, attraverso politiche adeguate,
l'affermazione del principio di eguaglianza e di giustizia sociale.
La povertà è comunemente intesa come la condizione di
vita dovuta alla mancanza di risorse economiche, è questo un
concetto limitato, che non rappresenta appieno le mille sfaccettature
del fenomeno. Nel 2000 in Italia, la Commissione sulla Povertà
ha accertato che è relativamente povera la coppia che vive con
meno di 1.569.000 lire il mese e che le famiglie che vivono al di sotto
di tale soglia sono 2.707.000 (12,3%) e che quelle che vivono al di
sotto della soglia di povertà assoluta (1.000.000) sono 954.000,
pari al 4,3% del totale delle famiglie. Le persone considerate
relativamente povere ammontano così a 7.948.000, mentre, quelle
che vivono nella povertà assoluta, sono 2.937.000. A questi dati
si deve prudenzialmente aggiungere almeno un ulteriore 8-9% di famiglie
che vivono in prossimità della soglia di povertà. Se nel
centro nord del paese il 7,3% della popolazione è considerata
povera, nel sud la situazione è ben più grave, i poveri
superano il 25% della popolazione totale. Sono dati tutt’altro che
trascurabili, che spero siano un efficace stimolo alla riflessione per
tutti coloro che si occupano di protezione
sociale.
Se i dati sopra riportati rappresentano un tentativo di individuare la
dimensione quantitativa del fenomeno, non è più facile
tentare di tratteggiare un profilo qualitativo della povertà.
Chi sono i poveri oggi? Tutte le ricerche, anche la più recente,
presentata dalla Facoltà di Architettura del Politecnico,
relativa alla realtà milanese, conferma che i poveri sono da
ricercarsi prevalentemente tra gli anziani, i disoccupati, i giovani
senza lavoro, le persone prive di istruzione. Sono più esposte
alla povertà le famiglie numerose, le famiglie che hanno come
persona di riferimento una donna, le famiglie con un solo genitore. Se
la povertà fra gli anziani è sempre stata alta, l’Unicef
rileva che in Italia è stata recentemente superata dai
minorenni, conquistando purtroppo il primato in Europa. Vi sono linee
di tendenza poi, che destano qualche preoccupazione. In particolare
aumentano le famiglie povere con uno o più componenti che vivono
con un'occupazione precaria, con bassi salari e un numero elevato di
persone da mantenere. La condizione di povertà non è un
fenomeno stabile nel corso della vita delle persone. L’evoluzione dei
cicli di vita, le circostanze legate al lavoro, le avversità e
gli imprevisti della vita, le condizioni di salute, sono tutti elementi
che possono far scivolare chiunque nella condizione di povertà.
La risalita, verso una condizione di normalità, risulta quasi
sempre, molto problematica.
Vi sono poi quelle che sono definite "povertà estreme",
collocate prevalentemente nelle aree urbane, per le quali è
praticamente impossibile una rilevazione statistica attendibile. Dentro
questa categoria possiamo collocare quelle forme di povertà che
derivano dalla rottura con le reti familiari e relazionali, dalla
caduta delle aspettative di vita, dalla perdita dei valori simbolici
che danno senso all'esistenza, dalla estraniazione rispetto al contesto
sociale. Se volessimo dare a costoro un profilo riconoscibile, dovremmo
parlare dei senza dimora, degli immigrati senza lavoro e senza casa,
degli anziani che vivono in solitudine, senza legami, spesso
abbandonati a se stessi.
Ed infine troviamo quelle che vengono definite le "povertà
silenziose". E' la condizione di persone che conducono una vita
apparentemente normale, ma spesso con mezzi economici inadeguati, che
soffrono di patologie esistenziali, che sopportano il progressivo
logoramento dei legami affettivi. Sono categorie di persone che
sopportano con dignità la loro condizione, ma che oggettivamente
si collocano ai margini della vita sociale ed economica. La condizione
degli anziani emersa drammaticamente questa estate ne è la
testimonianza.
Il secondo grande tema riguarda l'esclusione sociale. Sono collocate
dentro questo ambito quelle persone che vivono ai margini della
società, perché impossibilitati a godere appieno del
sistema di diritti sociali principali. Proprio per questa ragione,
questa categoria rappresenta una popolazione che vive, anche
temporaneamente, in una condizione di difficoltà. Infatti,
potremmo collocarvi una parte della popolazione femminile che vive in
condizioni di inferiorità, la ragazza madre non accettata dalla
famiglia e dal contesto sociale, il disabile non accettato nel contesto
scolastico o nel contesto lavorativo, l'immigrato col carico di
difficoltà psicologiche e materiali a farsi accettare e ad
integrarsi in un paese straniero, e così via. In definitiva
vivono in una condizione di esclusione sociale, tutti coloro che, per
svariate ragioni, non possono agevolmente accedere al lavoro,
all'istruzione, alla casa, a tutti quei beni considerati primari per
l'esistenza nel nostro contesto sociale.
L'ultimo grande tema riguarda la diseguaglianza. La scala delle
diseguaglianze è molto ampia, e sulla possibilità di
esprimere un giudizio, influisce molto il punto della scala su cui si
sofferma l'attenzione. Ad esempio, le ragioni che giustificano la
diseguaglianza fra l'uomo più ricco della terra e l'uomo
più ricco d'Italia, potrebbero anche non essere di particolare
interesse ai fini della definizione di una politica per il superamento
delle diseguaglianze, mentre potrebbe non esserlo se si confronta il
livello più basso della scala, con il livello più alto.
Anche la concezione filosofica che si ha del termine diseguaglianza,
influisce molto sul giudizio e sulle conseguenti azioni politiche.
Nella cultura liberista, la diseguaglianza è concepita
semplicemente come differenza, cioè come un fatto naturale, al
punto che la collocazione più alta sui gradini della
diseguaglianza è vissuta come un premio per chi ha saputo
valorizzare doti e capacità personali. Doti e capacità
che avrebbero potuto invece risultare mortificate, dal facile accesso
alle forme di sostegno, messe in atto da quelle società che
hanno posto particolare attenzione ai sistemi di protezione sociale. La
collocazione sui gradini bassi della scala, è invece vissuta
come un demerito dei singoli e quindi attribuibile solo alla loro
responsabilità.
La concezione della società e della vita, ispirata a principi di
eguaglianza e di solidarietà tende invece a considerare la
diseguaglianza come un'ingiustizia. Spesso le condizioni di
povertà, di emarginazione sociale, ma anche le stesse
diseguaglianze, sono il risultato di squilibri sociali, di circostanze
non volute dai singoli, determinate da un contesto socio economico
ambientale sfavorevole, in cui una persona ha avuto la sventura di
nascere e di vivere. Proprio per queste ragioni, trova piena
giustificazione l'azione politica volta al superamento delle
diseguaglianze.
Spesso sentiamo parlare di "attenzione agli ultimi", ai poveri,
dimenticando purtroppo che la povertà non è altro che
l'ultimo gradino della diseguaglianza. Infatti, se anche il più
accanito liberista, spesso più per opportunità politica
che per convinzione, ammette e giustifica l'intervento assistenziale,
"la carità" verso i poveri, i problemi sorgono quando si risale
la scala delle diseguaglianze, quando si comincia a parlare dei
penultimi, dei terzultimi e così via. E' qui che subentrano i
giudizi, i pregiudizi, l'egoismo, l'avversione al principio della
ridistribuzione delle risorse. La diseguaglianza è il risultato
di una distribuzione diversa, diseguale, ingiustificabile, di beni e
risorse che in definitiva determinano la differenze nella
qualità della vita. La diseguale possibilità di accesso
all'istruzione, all'occupazione, alla qualità del lavoro, alla
casa, al costituzionale reddito dignitoso, ai servizi sociali, al
sistema sanitario, al sistema previdenziale, al contesto socio
ambientale, sono tutti elementi che possono connotare la condizione di
diseguaglianza. Ci si pone quindi il problema di come si può
combattere la diseguaglianza, che per un'associazione di ispirazione
cristiana come le Acli, non può che essere un imperativo morale
ed etico. Anche nella cultura liberista ci si pone questo problema
attraverso un approccio che prevede l'offerta a tutti i cittadini di
"pari opportunità". Questa formula non ci può soddisfare,
non ci possiamo accontentare di offrire pari opportunità, se
ciò assume il significato semplicemente di offrire a tutti le
stesse chance. Gorrieri, nel libro citato a questo proposito, riporta
l'attenzione su una frase di don Milani, di particolare efficacia, che
fa giustizia di tutte le nostre incertezze ed approssimazioni su questo
tema: "Nulla è più ingiusto che fare parti uguali fra
diseguali". Quindi, potremmo considerarci soddisfatti quando, non solo
tutti potranno presentarsi al nastro di partenza, ma quando tutti
coloro che lo vorranno, potranno raggiungere il traguardo. Dietro il
termine "pari opportunità" si nascondono spesso molte
ambiguità. Di questa stessa specie fa parte, ad esempio, il
nuovo termine "occupabilità", che si va sempre più
diffondendo tra gli esperti di problemi del lavoro. Questo approccio,
esprime molto bene una concezione per noi difficilmente condivisibile,
se si deve ad esempio intendere che l'impegno del pubblico, per
rimuovere la disoccupazione si limita ad offrire una qualsiasi
occasione di preparazione professionale per rendere occupabile il
soggetto e si disinteressa se lo stesso permane in uno stato di non
lavoro, attribuendogli così implicitamente la
responsabilità del mancato impiego.
Il termine assistenza, alle nostre latitudini, assume quasi sempre
un'accezione negativa. Anche se in verità, l'idea di assistere
chi vive al di sotto della soglia di povertà, è
abbastanza tollerata; infatti, anche tra noi, sono frequenti i
liberisti teorizzatori del "capitalismo compassionevole". Il dissenso
diventa invece più evidente quando si tratta di realizzare forme
di assistenza volte al raggiungimento della soglia minima di benessere,
quando cioè si va oltre l'assistenza agli indigenti e si tratta
di ridistribuire risorse e servizi. E' proprio il concetto di
ridistribuzione, nel suo significato più pieno, cioè
togliere a chi ha di più, per dare a chi ha di meno, che
è difficilmente tollerato. Viene, infatti, vissuto come
un'imposizione, una lesione della libertà e della
proprietà individuale. L'idea di essere liberi di fare
ciò che si vuole, il non sentirsi interdipendenti con gli altri
componenti della società, equivale spesso ad un malinteso senso
di libertà. Un concetto alto di libertà può invece
assumere un significato pieno, solo attraverso la capacità
collettiva di ridistribuire beni e servizi, secondo criteri di
giustizia, volti al superamento delle diseguaglianze. E' questa la
condizione indispensabile alla realizzazione di quella libertà
che deriva dalla propensione a porre tutti i cittadini sullo stesso
piano.
Si allarga la
forbice delle diseguaglianze
Nel nostro sistema di protezione sociale sono prevalse quasi sempre le
forme di assistenza caratterizzate da erogazioni monetarie. Solo
l'ultima legge quadro è orientata alla "realizzazione di un
sistema integrato di interventi e di servizi sociali" rivolti ai
soggetti più deboli della società. Se da un lato, per
costoro, si va sviluppando una maggiore attenzione alla erogazione di
servizi, dall'altro è in atto un mutamento strisciante dei
criteri di accesso a taluni diritti fondamentali, che già sin
d'ora investe fasce amplissime di popolazione e che porterà
inevitabilmente ad un progressivo allargamento della forbice delle
diseguaglianze.
Ad esempio, avere la possibilità di esercitare il diritto
d'accesso all'istruzione e alla conoscenza significa, in ultima
analisi, per la stragrande maggioranza delle persone, avere la
possibilità di svolgere un lavoro migliore, di ricevere una
migliore retribuzione, di avere maggiori possibilità di stare
nel mercato del lavoro e quindi di percepire, in modo continuativo, un
reddito lungo tutta la vita. In definitiva, chi fruisce di un livello
di istruzione elevato, può ragionevolmente ispirare ad una
migliore condizione di vita. Non affrontare con decisione il tema degli
abbandoni scolastici, anzi, costruire norme che agevolano la via
d'uscita dal ciclo di studi superiori; non affrontare il tema della
qualificazione e riqualificazione professionale per tutti i lavoratori,
lungo l'arco di tutta la vita lavorativa; pensare che solo la logica di
mercato, la competizione fra istituti pubblici e privati sia in grado
di rendere più efficiente il sistema scolastico ed innalzare il
livello della preparazione, significa porre una seria ipoteca sul
futuro di molte persone, accentuando le diseguaglianze.
Infine, non c'è dubbio che la strada maestra dell'affermazione
delle diseguaglianze, passa attraverso la differenziazione del reddito
familiare. La famiglia, nel nostro paese, ha storicamente assunto, e
continua ancora oggi a svolgere, una funzione insostituibile di
protezione di tutti i propri componenti. Nonostante ciò sia
generalmente riconosciuto, la stragrande maggioranza dei provvedimenti
di sostegno al reddito della famiglia, passano attraverso la formula
delle detrazioni fiscali. E' questo uno strumento molto costoso e
inefficace, fino ad oggi è stato generalmente legato al criterio
del riconoscimento del numero dei componenti il nucleo familiare,
ponendo in secondo piano il principio della selettività in
funzione del reddito, senza poi contare che gli "incapienti",
cioè coloro che per basso reddito non sono soggetti
all'imposizione fiscale, sono risultati paradossalmente quasi sempre
esclusi dai benefici.
Nei casi che abbiamo citato, risulta evidente l'inadeguatezza
dell'analisi, dell'azione politica e dell'armamentario operativo a
nostra disposizione, per affrontare i fenomeni della povertà,
della esclusione sociale e delle diseguaglianze. La percezione che le
cose così come sono non vadano bene è abbastanza diffusa.
Si fa un gran parlare di riforma del welfare, ma le finalità
ultime dell'azione politica, spesso inconfessate, continuano ad essere
molto lontane dal porre le basi per aggredire i problemi reali. Il
sistema di protezione sociale che abbiamo sin qui conosciuto contiene
certamente diversi punti deboli. Si è parlato di costi eccessivi
in rapporto alle prestazioni, di eccessiva burocratizzazione dei
servizi, di scarsa efficienza ed efficacia in molti ambiti. Si è
persino convenuto che in alcuni periodi della storia del welare
italiano hanno tratto maggiori benefici i più furbi e i
più forti contrattualmente, anziché i più deboli.
Si è parlato di inadeguatezza della strumentazione esistente
rispetto alle nuove povertà e ai nuovi bisogni; sono tutte
osservazioni che hanno un fondo di verità. Sono tutti elementi
che avrebbero dovuto ispirare un grande afflato riformatore. Riformare,
ammodernare, razionalizzare per difendere e migliorare il welfare
italiano, dovrebbe essere l'imperativo. Riaffermare il principio di
universalità del diritto e di selettività nelle
modalità di erogazione e di compartecipazione alla spesa,
riaffermare l'esigenza di migliorare l'efficienza e l'efficacia dei
servizi attraverso un processo di razionalizzazione della spesa e di
decentramento nella gestione, garantire l'accesso a tutti i cittadini
alle medesime condizioni, indipendentemente dal territorio in cui
vivono. Riformare per difendere il principio di ridistribuzione,
indispensabile per superare la condizione di dipendenza e di
subalternità dei più deboli e garantire la piena
attuazione della libertà di tutti i cittadini. Purtroppo non
è questo lo spirito che sembra ispirare l'azione "riformatrice"
messa in atto ad opera dell'attuale Governo di centro destra, con
l'esplicito sostegno di larga parte delle associazioni imprenditoriali.
Le difficoltà e le disfunzioni del sistema di Welfare, sono
servite per condurre una decennale campagna di delegittimazione di
tutto il sistema cui hanno finito per aderire anche gli stessi
beneficiari.
L'imperativo, al di là della sua concreta praticabilità
immediata, sembra essere l'esigenza di una massiccia riduzione della
pressione contributiva e fiscale. La riduzione dei contributi
previdenziali a carico delle imprese per tutti i nuovi assunti,
vanificherà nell'arco di qualche anno, tutti gli sforzi, i
sacrifici, le rinunce, compiuti nel decennio scorso per riportare
l'equilibrio finanziario nel sistema previdenziale con provvedimenti
coraggiosi e impopolari. Il disegno di legge che prevede la
riduzione delle aliquote fiscali da sette a due è un grossissimo
regalo ai redditi più alti, è la rimessa in discussione
del principio costituzionale della progressività del prelievo
fiscale, ed assume poi il significato inequivocabile di una drastica
riduzione di risorse nelle casse dello stato, impossibili da coprire
con una semplice razionalizzazione e riqualificazione della spesa
pubblica. E' chiaro che tutto ciò inciderà negativamente
sulla capacità ridistributiva dello stato e quindi direttamente
sul sistema di welfare. Qualche assaggio lo abbiamo già avuto
nell'anno in corso, a seguito di un'impercettibile riduzione delle
tasse per i redditi medio bassi. Essa si è immediatamente
ripercossa, attraverso il taglio proporzionale dei trasferimenti dallo
stato agli enti locali, sul sistema sanitario regionale e sulle forme
di assistenza municipali. Fatte le debite proporzioni, ciò che
ci attende è un progressivo smantellamento del sistema pubblico
di protezione sociale. E' il progressivo, consapevole disimpegno dello
stato da una funzione ridistributiva che spiega l'enfasi posta sulla
riforma del welfare, non certo il suo costo o la sua inefficienza.
Riforma che in definitiva si concretizza in una cessione al privato di
quei servizi nei quali si prevede un business significativo, come la
sanità, la scuola, le scuole materne gestite dalle imprese
facendo leva sulla loro responsabilità sociale e così
via. Molte forme di assistenza, quelle che non potranno mai fornire un
business particolarmente vantaggioso, saranno lasciate al privato
sociale, al non profit, al volontariato, facendo leva su sentimenti
altruistici e solidaristici di una parte della popolazione. Costoro,
operando per conto del pubblico con la formula dell'appalto, in
condizioni economiche molto ristrette, sovente non sono già oggi
in grado di garantire una dignitosa qualità del servizio e il
trattamento dei lavoratori è quasi sempre al limite della
legalità e di quanto previsto dalle normative contrattuali. Il
privato sociale in definitiva, più o meno consapevolmente,
è reso corresponsabile dell'attuazione del disegno complessivo
di smantellamento del welfare. In questo contesto il pubblico finisce
con l'abbandonare il ruolo tradizionale svolto nella gestione diretta
dei servizi primari, conservando solo un ruolo discrezionale nella
scelta dei beneficiari dei servizi e di sostegno indiretto delle
situazioni più difficili. Infatti, in questi casi, si va facendo
strada la politica del vaucher, l'assegnazione cioè di un buono
che da diritto al cittadino in difficoltà, di fruire di un
servizio erogato indifferentemente da un'agenzia privata o del privato
sociale, restando però quasi sempre indeterminata la
modalità di erogazione, la frequenza di accesso al servizio e
l'entità del vaucher stesso.
L'insieme di questi fattori sono drammaticamente orientati a favorire
un'ulteriore divaricazione della scala delle diseguaglianze. E'
evidentissima l'inadeguatezza di questo disegno di riforma rispetto
all'esigenza di affrontare le trasformazioni sociali ed economiche con
un sistema di welfare a loro più aderenti. L'obiettivo sembra
essere quello di assecondare la riduzione della funzione di
ridistribuzione dello stato premiando i benestanti a scapito dei meno
abbienti. La motivazione che è utilizzata, in definitiva, sembra
essere quella di affermare un arido e astratto principio di
sussidiarietà senza un supplemento d'anima, dato essenzialmente
dalla solidarietà. Se l'obiettivo è quello di
consegnare ai privati la parte pregiata e redditizia del welfare,
sopperendo semplicemente alla carenza di servizi con l'appalto al
volontariato ed al fai da te, che senso ha parlare di riforma?
Riformare il welfare riducendo le risorse a disposizione del pubblico,
significa semplicemente porlo in liquidazione ed allora tutti i Libri
Bianchi del Ministero, non potranno che restare bianchi.
Sogniamo di essere allievi del gabbiano Jonathan. "...lui parlava di
cose molto semplici. Diceva che è giusto che un gabbiano voli,
sempre più in alto essendo nato per la libertà, e che
è suo dovere lasciar perdere e scavalcare tuttociò che
intralcia, che si oppone alla sua libertà, superstizioni,
antiche abitudini, qualsiasi altra forma di schiavitù.
Scavalcare anche la legge dello stormo? - disse un piccolo gabbiano -
L'unica vera legge è quella della libertà che deriva
dall'essere sèstessi"
Vorremmo vedere una politica che sappia volare alto.
La strada imboccata dall’economia non è ineluttabile essa
è il risultato di scelte politiche precise che derivano da una
cultura e da un sistema di valori in larga parte estranei alla nostra
storia.
E’ l’ideologia liberista, penetrata ormai in tutti gli strati sociali,
che col suo fascino sta soppiantando i principi solidaristici su cui si
è basato, pur con tutti i limiti e le disfunzioni, il patto di
convivenza sociale che ha retto per mezzo secolo. E’ l’ideologia
liberista quella che ha portato la coalizione di centro destra al
governo e che amalgama in una visione comune, l’eterogeneità
delle forze che la compongono, e che conferisce ad essa una forza di
cambiamento. Certo si tratta di un pesante cambiamento che non
può essere semplicisticamente equivocato col riformismo. Il
riformismo, quello storicamente dato, lo identifichiamo con
l’affermazione graduale e possibile del miglioramento delle condizioni
di vita dei lavoratori e delle classi sociali più deboli, l’idea
liberista assume oggi più che altro i connotati di una contro
riforma.
Le conseguenze del liberismo esasperato, non si limitano alla sfera
economica, esse intaccano anche gli aspetti più profondi della
vita collettiva del paese e della coscienza individuale. Lo
spazio di partecipazione democratica dei cittadini è reso sempre
più evanescente dalla tanto più penetrante quanto
superficiale comunicazione mediatica. Si estende in modo preoccupante
l’insofferenza verso le assemblee elettive, luoghi di esercizio della
democrazia per ecellenza, considerando la pratica democratica,
cioè la costante tensione alla costruzione del consenso, una
dispersione di tempo e di risorse rispetto all’esigenza di efficienza e
governabilità del sistema. Il consenso si tramuta invece in una
delega in bianco conferita al leader, una volta per tutte, al momento
del voto, una sorta di plebiscitarismo strisciante che va sempre
più prendendo forma al di là di ogni consapevolezza
collettiva. Siamo in presenza di una modifica costituzionale di fatto,
senza che alcuno abbia potuto discuterla, elaborarla, prevederne gli
opportuni contrappesi e trasformarla in un patrimonio comune. Il
sistema elettorale maggioritario, favorendo l’aggregazione di
più forze politiche, è sicuramente più congeniale
al bipolarismo. Si sfuma così la natura identitaria a favore di
quella programmatica e proprio per questo motivo ogni tentativo di
ricostruire formazioni politiche del passato, sembra destinato al
fallimento. Oggi i cattolici hanno la libertà di scegliere lo
schieramento che ciascuno pensa possa meglio rappresentare i
principi, gli ideali, le aspirazioni, gli interessi in cui crede.
Per queste ragioni riteniamo anacronistico il progetto carsico di
ricostruzione del partito unico dei cattolici. La faticosa
ricostruzione del sistema politico, dopo dieci anni, è purtroppo
ancora incompiuta. Tuttavia più che a semplici operazioni
di ingegneria sarebbe meglio spendere il massimo delle energie
nell’elaborazione di uno scenario di riferimento e di un programma di
tutta la coalizione. A questa impresa le Acli guardano con interesse e
si rendono disponibili a dare il loro contributo, in attesa di leggere
nelle proposte di risoluzione dei problemi del paese, le tensioni
ideali ed i valori in cui il popolo aclista da sempre si è
riconosciuto.
Tuttavia alla luce dell’esperienza sin qui fatta, si rende necessario
aprire una fase di vera e propria riscrittura delle regole
democratiche, particolarmente per quanto riguarda i rapporti fra
maggioranza ed opposizione e fra i vari organi dello stato, avendo cura
di riequilibrare le esigenze di una migliore governabilità con
quelle di una migliore espressione della rappresentanza. Possiamo
contribuire alla riflessione su questo tema che, se non affrontato
adeguatamente potrebbe far involvere anche il ruolo
dell’associazionismo e della rappresentanza sociale che, come è
noto, sono parte integrante di un sistema di democrazia matura.
Dobbiamo constatare che nella pratica si è avuta una eccessiva
personalizzazione della politica e una compresssione della dialettica
democratica nelle assemblee elettive. E’ giunto il momento di rivedere
criticamente tali regole, per riproporre nelle istituzioni il gusto
della democrazia Riaffermiamo la nostra vocazione a considerare la
democrazia dell’alternanza una forma di democrazia più matura.
Le Acli sono un espressione organizzata della società, non ne
possiamo fare quindi una questione di adesione agli schieramenti,
siamo tuttavia consapevoli che le culture politiche, i valori, di cui
sono portatrici le due coalizioni, non ci lasciano indifferenti, la
cultura della solidarietà per noi non è la stessa cosa
del culto dell’individuo, per noi l’esigenza di giustizia sociale
è una molla formidabile che ci spinge all’azione, non è
sufficiente limitarsi alla crazione di pari opportunità, ci
poniamo anche il problema di chi si perde per strada, di chi non
ce la fa a raggiungere il traguardo, l’eguaglianza è un
imperativo nella nostra azione sociale e politica!
Osserviamo con preoccupazione l’avversione profonda nei confronti della
politica seminata e coltivata da tanti falsi predicatori. La storia ci
ha insegnato che l’anti politica non è mai neutrale, è il
brodo di coltura in cui sguazzano capi popolo, faccendieri, populisti;
è stata la filosofia che ha permesso di consolidare il consenso
attorno alla svolta autoritaria nel nostro paese. Ma l’antipolitica
è anche l’elemento che sta alla base del pensiero unico,
cioè la giustificazione che la politica non serve, perchè
sono unicamente le leggi di mercato che possono governare la vita
collettiva. Proprio per contrastare queste ragioni l’impegno politico
è oggi necessario più che mai. Le Acli che da sempre
hanno a cuore l’affermazione dei valori fondamentali di giustizia, di
eguaglianza, di libertà, sono un formidabile strumento di
formazione e di impegno alla politica. Quella politica con la P
maiuscola che non si attarda sulle schermaglie interne ai partiti, ma
si concretizza in elaborazione e proposta volta all’affermazione dei
valori di riferimento. E tra questi ci piace ricordare il valore
di libertà per cui generazioni di uomini e donne si sono
immolate, la libertà che deriva dalle regole che un popolo si
è dato democraticamente e che tendono a porre i cittadini tutti
sullo stesso piano. Questa concezione alta di libertà sembra
lasciare il posto a un’idea distorta e utilitaristica di
libertà: la libertà che deriverebbe dall’assenza di
regole. Questa profonda mistificazione traspare anche dall’insofferenza
nei confronti di quel corpo di regole che siamo soliti chiamare
Giustizia. Non era mai accaduto in nessun paese democratico che fossero
gli imputati a farsi le leggi per essere scagionati. Ciò che
preoccupa maggiormente è che questa pratica finisce col
non meravigliare nessuno proprio perchè le leggi non sono
più considerate il risultato tangibile di una morale collettiva
che sta alla base della convivenza civile, quanto piuttosto un ostacolo
all’esplicarsi delle leggi di mercato. Sulla base di queste logiche non
esiste più alcuna morale, tutto è relativo come tutto
è lecito, dipende solo dall’importanza che si attribuisce al
risultato che si vuole perseguire. E’ compito anche delle Acli
denunciare questa pericolosa caduta di valori, di morale pubblica e
battersi per l’affermazione di un’idea alta della politica, della
giustizia, della libertà.
Sogniamo l'Europa
dei popoli
L’Italia, dopo anche il successo dell’adesione alla moneta unica, e la
presenza di Romano Prodi alla presidenza della Commissione è
parte attiva e integrante nella costruzione della più vasta
comunità dei paesi aderenti all’Unione Europea. Il processo di
allargamento ai paesi dell'est Europeo è tutt'altro che semplice
e scontato. E' questa una sfida epocale densa di problemi e
difficoltà di ordine economico, sociale, politico che impone, a
chi la vuole realizzare, serietà, rigore e tempi adeguati. La
disinvoltura con cui qualche personaggio della politica italiana
affronta questo tema, sembra dettata più che altro dall'esigenza
inconfessata di "annacquare il vino", di rendere cioè l'Unione
Europea semplicemente un'area di mercato o peggio ancora di far fallire
quel progetto che da mezzo secolo gli statisti europei più
accorti e autorevoli stanno faticosamente perseguendo che è la
riunificazione degli stati e dei popoli d'Europa. Chi ha come stella
polare nel proprio bagaglio culturale il nazionalismo e persegue come
unico obiettivo la convenienza economica, può anche pensare ad
un immediato allargamento ad ogni paese visitato, alla Russia, allo
Stato d'Israele, alla Libia, alla Turchia. Un'Europa, se così si
potrà chiamare, di questo tipo, produrrà come unico
risultato politico la ripresa di vigore degli stati nazionali, e il
dominio incontrastato degli Usa sull'economia mondiale. Questo processo
storico richiede una grande attenzione istituzionale per quanto
riguarda il riassetto dei poteri fra stati aderenti e UE. La scrittura
della Costituzione europea, il ruolo che verrà attribuito al
Presidente, alla Commissione, al Parlamento europeo non saranno
indifferenti anche rispetto alle ipotesi di riassetto delle istituzioni
del nostro paese.
Motta di Campodolcino (So), 24
Agosto 2003
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