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Relazione di Giambattista Armelloni alla settimana formativa (Motta di Campodolcino 24-8-2003)
  

Il sogno di una nuova societa'

"Io sogno ancora" . E' il grido che la folla di neri d'america, accorsa in massa ad ascoltare Martin Luther King, ritmava mentre il leader e martire dell'integrazione razziale americana, pronunciava quello che è rimasto il suo discorso più famoso ed ispirato, a sostegno della legge sui diritti civili, in appoggio alla difficile battaglia che J.F. Kennedy conduceva sul versante politico. "Anche se oggi dobbiamo ancora affrontare delle difficoltà e dovremo affrontarle in futuro, - diceva Luther King - io ho ancora un sogno... Sogno che sulle rosse colline della Georgia i figli degli antichi schiavi e i figli degli antichi proprietari di schiavi possano sedere insieme al tavolo della fratellanza... Sogno che un giorno ogni valle sarà ricolmata, ogni collina e ogni montagna si abbasserà, i luoghi impervi diverranno piani e quelli toruosi si raddrizzeranno, e la gloria del Signore verrà rivelata, e tutti gli uomini la vedranno insieme".
Tre mesi dopo Kennedy fu assasinato. La legge sui diritti civili fu approvata. "Debbo tutto a Kennedy" disse Luther King nel ricevere il premio nobel per la pace. Consapevole che la battaglia era tutt'altro che finita e in quell'occasione aggiunse: " Occorre abbattere le barriere interne della mente e dello spirito. Ora ci troviamo gomito a gomito con i bianchi ma separati per quel che riguarda il cuore. Le leggi possono comandarci la tolleranza, ma non la fratellanza umana". L'azione di M.L. King veniva tragicamente troncata dal suo brutale assassinio.
Da questa vicenda vogliamo trarre almeno due sollecitazioni per la nostra riflessione durante questa settimana di studi, che sarà arricchita dalle relazioni specifiche degli esperti, ma anche qualche indicazione programmatica per le ACLI Milanesi che, come è noto, apriranno la fase congressuale nel prossimo autunno.
La prima sollecitazione riguarda Il sogno. La vita delle singole persone come la vita delle organizzazioni hanno bisogno, di stimoli ideali, di visioni generali, di coltivare e orientare le esigenze di cambiamento volte al miglioramento delle condizioni divita dell'intera umanità, all'affermazione degli ideali di giustizia e di eguaglianza. Nel nostro tempo sembra che non sogni più nessuno. Eppure il sogno è parte integrante della vita. Oggi più che di Vita si deve più propriamente parlare di sopravvivenza. Gli scenari che vanno oltre il nostro rizzonte quotidiano ci spaventano, e ci apprestiamo ad erigere steccati per difendere il nostro particolare. Le diseguaglianze non sono più un problema, le giustifichiamo teoricamente, e ci rinchiudiamo a difendere quelli che pensiamo siano i "nostri" diritti conquistati col "nostro" lavoro. Le ingiustizie ci sembrano tali, solo quando toccano ciascuno di noi. Sono questi i sintomi di una società sempre più individualista, ripiegata su se stessa, condizionata nel profondo, dalle logiche del profitto, del guadagno, del tornaconto individuale e di gruppo, che ha come legge il pragmatismo dei fini. Una società che non sa sognare è una società senza speranza. Ernesto Balducci ci ricorda che "...i cristiani saranno, nel contesto di un mondo sempre più contenuto entro le forme della laicità, il nucleo più vivo della società, l'organismo comunitario in cui il senso di responsabilità verso la storia sarà acutissimo e fecondo. Il credente in Cristo sa che il prendersi la responsabilità di una speranza umana equivale ad una risposta fattiva ai segni del tempo, come dire all'appello di Dio". La speranza di integrazione dei popoli, la speranza di estendere i diritti umani,  la speranza di un mondo in pace, di una sempre maggiore giustizia sociale, la speranza di veder riscattare dalla condizione di inferiorità e di sfruttamento i più deboli, sono appelli irresistibili per i cristiani. Almeno per quei cristiani che non si isolano nel loro piccolo mondo alzando gli occhi al cielo, nel perbenismo di chi giustifica ciò che possiede per aver scelto la "parte" giusta. Vorremmo che il nostro movimento diventi sempre più un luogo ove si incontrano quei cristiani che stanno nel mondo e che assumono la responsabilità di stare sulla frontiera della gente comune per far germogliare la speranza degli umili. Vorremmo che tra le nostre fila quel sussurro che di volta in volta rompe il silenzio del vivere freneticamente la quotidianità diventi un grido: io sogno ancora!


La seconda sollecitazione riguarda Il conflitto sociale. La battaglia per l'affermazione dei diritti civili in USA, che abbiamo ricordato, ci insegna che il conflitto per il progresso sociale è parte integrante della crescita di una società dinamica e democratica. Si basa sulla capacità di comprensione della realtà, sulla disponibilità all'ascolto, sull'assunzione della responsabilità diretta della speranza degli ultimi. Si può sviluppare attraverso metodi e mezzi conformi al Vangelo (la strada non violenta) e nel contempo adatti a difendere e a promuovere la causa della giustizia (l'obiettivo legislativo). Il rapporto con i soggetti istituzionali è tanto più fecondo quanto meno è  burocratico e neutrale. L'autonomia del sociale rispetto alla politica non è sinonimo di neutralità, ma è la consapevolezza che la conquista di nuovi livelli di civiltà, passa attraverso la definizione di strumenti legislativi adeguati e diventa realtà solo se il senso profondo delle regole entrano a far parte del patrimonio culturale di un popolo. Da qui ne discende il ruolo e l'efficacia dell'azione delle aggregazioni sociali e del loro rapporto positivo con la dimensione politica.
Sogniamo un mondo ... in cui la giustizia, l'eguaglianza e la solidarietà siano i presupposti fondamentali per la convivenza pacifica fra i popoli.
Le nuove generazioni con le loro micro associazioni hanno colto le potenzialità e i rischi dell’epocale processo di globalizzazione in atto, più di quanto non abbiano fatto partiti e sindacati. Il fenomeno dell’allargamento dei mercati, della diffusione delle produzioni non è il risultato casuale di una serie di circostanze ma di una scelta fortemente voluta dell’uomo, un processo storico ineluttabile,  denso di contraddizioni e non lineare nel suo sviluppo. La crescita dell’economia è sempre stata accompagnata dalla ricerca di nuovi mercati, di nuovi territori verso cui espandersi, oggi possiamo dire che i mercati stanno diventando sempre più interdipendenti sino a raggiungere la dimensione planetaria. L’interscambio di capitali, di beni, di servizi, di tecnologie, sta subendo in questi anni una poderosa accelerazione, grazie al verificarsi di una serie di condizioni e di eventi che ne hanno favorito lo sviluppo.
La caduta del sistema comunista e la conseguente “vittoria” del capitalismo, inteso come modello economico fondato sull’economia di mercato, ha sviluppato un immenso potenziale di cambiamento volto al superamento dei confini politici e culturali tradizionali.  Lo sviluppo della tecnologia informatica e telematica, ha messo a disposizione dell’uomo potentissimi strumenti che permettono oggi alle informazioni di valicare in tempo reale qualsiasi frontiera. E con la trasmissione di una immensa mole di informazioni cambiano i modelli culturali, mutano gli stili di vita, si accrescono le conoscenze, ma anche si spostano capitali, mutano gli assetti proprietari, si comprano e si vendono merci e servizi ovunque e in tempi solo qualche anno fa inimmaginabili.  Molti paesi, anche quelli più poveri, hanno rimesso in discussione le logiche protezionistiche per poter partecipare al grande banchetto dello sviluppo globale. 
Anche la mobilità delle persone oggi non ha confini. Il desiderio profondo dell’uomo di conoscere ogni angolo della terra, sta diventando sempre più una realtà. Non si tratta solo di fenomeni dovuti alla rapidità degli spostamenti temporanei, per lavoro o per turismo, ma di una massiccia ripresa di imponenti flussi migratori. E’ una vera e propria fuga dai paesi più poveri a quelli più ricchi, alla ricerca di un luogo dove vivere e lavorare, dai paesi in guerra verso quelli in pace, dalla dittatura verso la democrazia. Se con la prima rivoluzione industriale i flussi erano essenzialmente circoscritti ad alcune destinazioni e le provenienze altrettanto limitate, oggi le etnie in movimento sono moltissime e le migrazioni sono riprese vistosamente anche verso paesi, come l’Italia, che nel secolo scorso erano tra coloro che cedevano manodopera. L’egoismo, i pregiudizi razziali, le paure ataviche nei confronti dello straniero, riemergono con violenza. E paradossalmente, sono proprio i portatori della cultura liberista più estrema, i teorizzatori del  mercato globale come risolutore di tutti i mali del mondo, che giustificano qualsiasi movimento di capitali e di merci, ma vedono con ostilità ed apprensione la migrazione di esseri umani. Il fenomeno migratorio pone alle nostre comunità problemi nuovi, che non possono trovare soluzioni primitive attraverso la erezione di anacronistici steccati a difesa della integrità delle etnie, delle culture, delle ricchezze. Non è comprensibile come si possa trasformare un problema sociale ed economico semplicisticamente in un problema di ordine pubblico, il nostro approccio non si lascia influenzare dal populismo e dalla demagogia, come sta accadendo purtroppo anche in taluni settori del mondo cattolico,  esso deriva dalla certezza che tutti gli esseri umani sono figli di Dio, che la terra ed i suoi frutti sono un dono di Dio fatto a tutta l’umanità: noi siamo per rappresentare una visione adulta e matura di un problema non nuovo nella storia dell’umanità e quindi le nostre parole d’ordine a cui dobbiamo dare visibilità anche a costo dell’impopolarità, non possono che essere quelle proprie di una società solidale:  inclusione, integrazione, accoglienza; le uniche che possono garantire una convivenza civile, pacifica e il rispetto della legalità.
Da questo immenso processo di globalizzazione deriva  una forte spinta allo sviluppo ma non è niente affatto scontato che alla crescita economica globale, corrisponda automaticamente una diffusione generalizzata del benessere: l’ampliamento della forbice delle povertà e dell’esclusione sono sempre in agguato. Il mercato, l’accumulazione, il profitto, la moneta, sono diventati dei feticci universali da cui tutto deve discendere, ma non esiste nessun nesso  automatico fra la produzione di ricchezza e la soluzione dei problemi sociali.
Il principio di accumulazione, se non è temperato da regole che rispettano i valori e si ispirano ad un’etica comune, può indurre ad una involuzione selvaggia della società nella quale si giustifica qualsiasi squilibrio. Si può trovare giustificazione alla distruzione dell’ambiente, all’azione della criminalità organizzata, allo sfruttamento dei minori. Solo se le dinamiche innescate dai processi di globalizzazione sono governate da regole ispirate a valori universali, si possono sprigionare grandi opportunità di sviluppo e di crescita delle condizioni di vita per interi popoli, altrimenti possono diventare un catalizzatore di rischi per l’equilibrio mondiale o più semplicemente una formidabile cassa di risonanza delle distorsioni esistenti. Negli ultimi 50 anni la povertà si è ridotta più che nei 500 anni precedenti ma, un terzo dell’umanità, continua a vivere con meno di un dollaro al giorno e la forbice tra i paesi che vivono nella fame e nella povertà e quelli che hanno come unico problema quello della dieta, si allarga sempre di più.
L’economia globale non può essere abbandonata a se stessa. Perchè possa essere governata, necessita di POLITICA, di ISTITUZIONI e di REGOLE  globali.
Questo è il passaggio più difficile e controverso. I paesi più forti sono molto restii a cedere una parte della loro sovranità politica ed istituzionale ad organismi sovranazionali, e ancor più a sottostare a regole mediate con i paesi più poveri. I paesi più ricchi, anzichè operare scelte politiche coerenti, sono più inclini alla “beneficenza”, molto più vantaggiosa, perchè tranquillizza la coscienza, non intacca i progetti di espansione e non altera le regole del libero mercato.
Il sistema delle imprese multinazionali sembra svincolarsi da qualsiasi volontà politica di introdurre regole sociali, con una determinazione come forse non era mai accaduto in passato. Sta sorgendo nel contempo una sensibilità diffusa rispetto alla globalizzazione del sistema di diritti che noi conosciamo. Questa sensibilità è molto radicata nel mondo cattolico, l’attenzione ai poveri della terra, la lotta alle condizioni di sfruttamento, le lotte di liberazione dall’oppressione, l’affermazione della persona umana al di sopra di qualsiasi primazia economica e politica, contro lo sfruttamento, a favore della estensione planetaria delle garanzie e della protezione sociale, sono un patrimonio culturale e di valori che è parte integrante della nostra storia.
Si va riscoprendo una profonda verità, che sta alla base della dottrina sociale della Chiesa, e cioè che il liberismo, non governato dalla Politica crea profonde ingiustizie, e che, come ci ricorda frequentemente il SS. Padre, non c’è pace senza giustizia. I fatti dell’11 settembre ci hanno visto tutti mobilitati in una lotta senza esitazione contro il terrorismo. Tuttavia  le modalità di intervento militare per sconfiggere questa piaga che segna profondamente la vita di comunità civili inermi, ci impone innanzitutto una riflessione su tale strumento. La guerra in Iraq proclamata con motivazioni incerte, discutibili, inconfessabili e con modalità che forzano il diritto e la legittimità internazionale, sta dimostrando, al di là di considerazioni etiche e morali, la sua inefficacia rispetto alla sconfitta del fenomeno terroristico. Le forze di occupazione stanno subendo più perdite a tre mesi dalla cessazione ufficiale del conflitto di quanto non ne abbiano subite durante l'azione bellica. E' stato finalmente cacciato un dittatore sanguinario e nel contempo si è aperta una situazione di crisi di leadership e di governabilità che rende sempre più remoto un possibile orizzonte di pace e di autodeterminazione del popolo iracheno. L’escalation “attacco terroristico/repressione militare” fra Palestina ed Israele assomiglia sempre più ad una nuova forma di guerra impari la disperazione dell’atto terroristico, contro la forza e la potenza dei mezzi militari, dall’altro. Questo fatto divide le coscienze e fa perdere di vista le ragioni che dall’una e dall’altra parte oggettivamente esistono: “due paesi per due popoli”.  Uniamo la nostra voce agli organismi internazionali impegnati per la pace, a quella del popolo israeliano e  del popolo palestinese, a quella di tutti coloro che  chiedono di mantenere aperto il dialogo per il raggiungimento di una condizione di pace.
Non condivideremo mai l'ideologia della guerra preventiva. Quando viene meno la politica e prendono il sopravvento le armi, ogni ragionevolezza è preclusa; quando si antepone la forza alla ragione trionfa il conflitto. 
Sogniamo un mondo del lavoro in cui le persone siano al centro delle preoccupazioni degli operatori economici e dei governanti. 
Le conseguenze negative dei processi di globalizzazione selvaggia, in assenza di regole, riguardano tutti, anche quei paesi più ricchi come l’Italia che pure siedono al tavolo dei grandi del mondo.
Le conseguenze sull’economia sono tutt’altro che trascurabili. Più che l’economia reale cresce la rete finanziaria e la speculazione globale ad essa legata; sono risorse immense, che vengono dirottate dallo sviluppo produttivo verso i guadagni di pochi. Crescono le sofferenze legate alla mancanza di lavoro dovuta alla rilocalizzazione delle imprese in altri paesi ed alle modalità con cui viene richiesta la prestazione. Infatti se l’impresa può scegliere di collocarsi in quella parte del mondo che offre i maggiori vantaggi, non è così per il lavoro che, per sua natura, è più legato al territorio. Si innescano quindi dinamiche perverse, indotte dalla spietata concorrenza al ribasso. L’odioso ricatto, rappresentato dalla deresponsabilizzazione delle imprese verso il proprio paese, è usato sempre più frequentemente nei confronti dei governi perchè si prodighino per ridurre in ogni modo i costi di produzione.
Questo spiega la continua pressione perchè venga  ridotto il prelievo fiscale sulle imprese, senza tuttavia evidenziare le conseguenze negative rispetto al ruolo ridistributivo dello Stato. Sta passando l’idea che sono i salari e i diritti dei lavoratori l’elemento principale che ostacola lo sviluppo della competitività del sistema produttivo sui mercati globali.
Il termine più usato è flessibilità. Infatti esso assume sempre più il significato di minima protezione, come condizione indispensabile per il miglior funzionamento dei mercati. Si spiegano in questo contesto, le forme vecchie e nuove di sfruttamento dei lavoratori; i sempre minori investimenti per la sicurezza nei luoghi di lavoro e così via. In ultima analisi, nell’economia globalizzata, il lavoro viene considerato sempre più come un costo di cui, se possibile, farne a meno, anziché una risorsa da valorizzare. Le forme di flessibilità che si manifestano attraverso le più svariate tipologie contrattuali, costituiscono la ragione principale della ormai eccessiva frammentazione del mercato del lavoro. Esse hanno fatto saltare i criteri di regolazione del salario, rendendo ormai irrintracciabili i principi di giustizia e di eguaglianza nell’illusione che sia il mercato la sola vera autorità salariale. Queste forme di lavoro, se attuate come libera scelta, da lavoratori giovani e con alti livelli di professionalità, possono costituire delle opportunità per  migliorare la qualità della vita, conquistare maggiore libertà, valorizzare l’iniziativa individuale. Se invece costituiscono delle scelte obbligate, presentano spesso delle vere e proprie controindicazioni, che possono far scivolare il lavoratore nella precarietà.
Precarietà che deriva dall’incertezza nella progettazione del proprio futuro, dall’incertezza di un reddito, dall’incertezza di poter contare su un lavoro che offra un minimo di gratificazione personale, dall’incertezza che deriva dalla ricerca continua di una collocazione lavorativa dignitosa, dall’incertezza che deriva dal venir meno di una rete di protezione sociale legata al lavoro. Sono tutti elementi che contribuiscono a formare una condizione di disagio individuale che non tarderà a trasformarsi in disagio collettivo e in malessere sociale.
Una visione matura del problema della flessibilità del mercato del lavoro ci dovrebbe portare a considerare che non è l’unica strada per sostenere la competitività delle imprese e che la valutazione sui possibili benefici viene fatta sempre riferita all'impresa, non considerando i costi sociali ed umani che essa comporta.
Tutti gli osservatori sono concordi nel sostenere che il mercato globale sollecita il nostro sistema economico produttivo ad essere più competitivo e che il miglioramento della competitività passa attraverso molte variabili come la facilità di accesso al credito, la capacità di adeguare i prodotti alle esigenze del mercato, la disponibilità di infrastrutture, un contesto territoriale adeguato, la diffusione di una cultura d’impresa, la capacità manageriale e organizzativa, la ricerca e così via. In definitiva, può essere necessaria un’impresa più flessibile che non necessariamente è sinonimo di rapporto di lavoro più flessibile. Il problema della competitività è stato semplicisticamente ridotto ad una costante ricerca di costi da comprimere. Infatti viene chiesta una drastica riduzione della pressione fiscale che risulta essere compatibile solo con un taglio altrettanto drastico della spesa pubblica e della spesa sociale. Si chiede un ridimensionamento della contribuzione sociale, considerato illusoriamente uno dei fattori di aumento della competitività del sistema, senza evidenziare le conseguenze depressive sull'economia dovute alle minori prestazioni di welfare e quindi alle peggiori condizioni di vita dei lavoratori.
In questo contesto, la richiesta di maggior flessibilità, assume il significato di considerare il lavoro in ogni suo aspetto, semplicemente un “costo” da comprimere il più possibile. La palese avversione nei confronti di qualsiasi regola, si spiega con il fatto che ogni norma viene considerata un vincolo, e quindi un costo. Meno leggi e meno contratti,  assumono il significato di minori vincoli e quindi di minori  costi a carico dell'impresa.
La sfida della competizione basata semplicemente sulla riduzione dei costi, è una sfida che  colloca il nostro Paese sulla fascia bassa del mercato mondiale e oltre ad essere una scommessa persa in partenza, è una rincorsa che non avrà mai fine . Infatti, sarà sempre possibile trovare un popolo o un lavoratore che fugge da condizioni di miseria, dalla dittatura, dalla guerra, disponibile a lavorare ad un costo inferiore. C’è tuttavia chi pensa che questa sia l’unica strada da perseguire in ogni modo, ignorando che esistono soglie di tollerabilità sociale dovute alla riduzione del tenore di vita, al di sotto delle quali, si può andare solo senza il consenso e quindi restringendo gli spazi di democrazia.
Esiste però un altro scenario, indiscutibilmente più adatto a paesi ricchi e industrializzati come  l’Italia e l'insieme dell'Europa, quello della competizione sulla fascia alta del mercato, ricercando quindi un costante miglioramento della qualità dei prodotti. Ciò significa  aumentare le conoscenze, valorizzare la ricerca, la preparazione professionale, la creatività; in ultima analisi significa considerare il lavoro, una risorsa su cui investire. Solo in questo contesto la flessibilità non assume il significato del lavoro “usa e getta”,  ma diventa la ricerca della prestazione migliore sia per l’impresa che per il lavoratore.
La flessibilità oggi esiste e sta producendo un profondo cambiamento nel modo di concepire il lavoro e nello stile di vita dei lavoratori.
Oltre il 70% degli avviamenti al lavoro avvengono ormai attraverso contratti atipici. Questo uso diffuso della flessibilità sta incominciando a produrre alcuni effetti sui quali è necessario riflettere:
a) se è vero che molti giovani vedono in questo modo di lavorare importanti spazi di libertà e discrezionalità, è altrettanto vero che ciò provoca una maggiore incertezza e difficoltà a progettare il futuro. Lo dimostra la diffusa permanenza in famiglia fino a giovinezza inoltrata, sollecitando l’insieme del nucleo familiare allo svolgimento di un abnorme e prolungato ruolo di accompagnamento  verso una vita autonoma.
b)La consistente varietà di tipologie contrattuali sta contribuendo significativamente alla segmentazione del mercato del lavoro. Sono ormai trentotto i tipi di contratto ai quali si aggiungono gli altri quattro previsti dalla L.30/03 recentemente varata. I contratti che hanno riscosso il  maggior successo, sono quelli con minori garanzie per i lavoratori e quelli meno costosi, dove i minori costi sono dovuti al fatto che le protezioni sociali sono poste sostanzialmente a carico del lavoratore. Questa situazione si sovrappone ad un mercato del lavoro già molto segmentato  a causa delle diversità di salario e di garanzie esistenti nei vari settori. Basterebbe pensare alle differenze fra pubblico impiego, la grande industria, la piccola impresa, il no-profit, il lavoro sommerso, per constatare come i principi di eguaglianza e di giustizia, sono andati gradualmente sfumando, lasciando lo spazio solo alla competizione al ribasso, ove neppure il merito viene più riconosciuto a causa della impossibilità a costruire una storia professionale spendibile.
c) L’obsolescenza delle capacità professionali ha subìto una forte accelerazione dovuta allo sviluppo tecnologico. L’impresa raramente si è fatta carico di questo problema. Per molti lavoratori la possibilità di continuare a stare sul mercato è legata alla capacità di cogliere le rare occasioni di riqualificazione professionale oppure di uscire anzitempo dall’attività lavorativa. Se però l’età della pensione si allontana sempre di più e la riqualificazione rimane una enunciazione di principio, lo spettro della precarietà prende sempre più forma.
d) I meccanismi di flessibilità sin qui introdotti stanno ormai creando una netta frattura nel mercato del lavoro fra quel nucleo ristretto di lavoratori che, per diverse ragioni vengono fidelizzati, coccolati dall’impresa e ben pagati e la massa di lavoratori flessibili che finiscono facilmente per collocarsi nell’area della precarietà.
e) La tendenza a ridimensionare il sistema di garanzie collettive previste da leggi e contratti e sostituirle con principi generali che dovrebbero stare alla base dei futuri contratti individuali, sembra ignorare che erano proprio queste regole collettive che colmavano la diseguaglianza di potere contrattuale fra datore di lavoro e lavoratore.
f) La diffusione del lavoro atipico pesa sui redditi familiari. Infatti, il forte aumento della quota di lavoratori a bassa retribuzione è interamente dovuto alla diffusione dei lavori a tempo parziale.
Ci si chiede cosa si può fare per evitare che il lavoro flessibile faccia scivolare chi lo pratica in una condizione di precarietà.
- E’ necessario costruire luoghi di incontro fra domanda e offerta di lavoro particolarmente efficaci. L’iniziativa privata, così come prevista dalla L.30/03 da sola difficilmente potrà coprire l’intero mercato del lavoro, quindi non ci può essere un disimpegno del pubblico in questo campo, che è l’unico che può garantire, accanto al privato sociale, un’attenzione ai soggetti più deboli.
- E’ necessario costruire un sistema di formazione professionale continua, che consenta ai soggetti più a rischio di fruire, lungo tutta la vita lavorativa, di occasioni di formazione e di riqualificazione professionale per evitare una marginalizzazione precoce dal mercato del lavoro.
- E’ infine necessario partire dal presupposto che la flessibilità, quella dettata da esigenze funzionali,  se si ritiene necessaria all’impresa, ha un costo che non può essere pagato dalla parte più debole del ciclo produttivo. Quindi la costruzione di un sistema di ammortizzatori sociali rivolto a tutti i lavoratori avrebbe dovuto essere propedeutico a qualsiasi altro intervento sul mercato del lavoro.

Sogniamo un sistema di protezione sociale in cui  "...ogni valle sarà colmata, ogni montagna si abbasserà, i luoghi impervi diverranno  piani ..." , ove la lotta alla povertà e alle diseguaglianze prenda il sopravvento sull'egoismo di chi ha di più, ove il lamento dei benestanti non sovrasti la ragione dei più deboli.  
L'idea della competizione attraverso la riduzione dei costi spiega la crescente resistenza a garantire il finanziamento del sistema di protezione sociale e la richiesta di passare da forme solidaristiche a forme individuali e privatistiche.  Uno degli effetti indotti dalla globalizzazione è costituito proprio dalla tendenza a sottrarre sicurezza alle persone, attraverso la progressiva attenuazione dei diritti e il ridimensionamento del Welfare State. Noi non siamo così insipienti come qualcuno pensa, che ci schieriamo a difesa di un sistema di protezione sociale pubblico semplicemente per spirito di conservazione anche quando esistono situazioni indifendibili, siamo decisamente schierati per una sua autentica riforma, nel senso di un profondo adeguamento ai cambiamenti. Riformare per difendere non è la stessa cosa dell’intaccare la protezione sociale pubblica per consegnarla ai privati in nome di una presunta modernità. La prima forma di sussidiarietà deriva dall’azione redistributiva dello stato, come ci ricordano le encicliche sociali: per noi questa è la modernità. Da anni ormai la sicurezza del reddito e del lavoro sono sottoposte ad una costante riforma in senso meno protettivo. Anche il federalismo viene giocato in questa chiave. Esso infatti non viene comunemente inteso come uno strumento di valorizzazione delle autonomie locali, che noi condividiamo profondamente, quanto piuttosto come uno strumento per contrastare la logica redistributiva dello stato.
Se fosse provata l’idea secondo la quale è sufficiente perseguire delle politiche di crescita e di sviluppo della ricchezza prodotta, perché il benessere automaticamente, sia equamente distribuito a beneficio di tutti gli strati della società sarebbe superfluo qualsiasi intervento pubblico di tipo assistenziale, e a maggior ragione, un sistema di welfare universale, basato sul principio della ridistribuzione solidale delle risorse. E’ invece dimostrato che questa impostazione è rimasta nei manuali. Le logiche di mercato, se da sole possono bastare alla risoluzione dei problemi del profitto, ben difficilmente risolvono automaticamente i problemi degli squilibri sociali. Anzi l'ideologia liberista si basa sul presupposto che le diseguaglianze sono un fatto naturale, legate alla capacità e alla volontà del singolo, e che le responsabilità sociali e colletive sono solo una costruzione teorica, perchè esiste solo la dimensione individuale. 
Tuttavia, nei paesi ricchi e industrialmente avanzati permangono tre fenomeni significativi, tendenzialmente irrisolti: il fenomeno della povertà, quello dell’esclusione sociale e quello delle diseguaglianze. Nel bel saggio di Ermanno Gorrieri, “Parti eguali fra diseguali”, al quale ci siamo ispirati,  questi fenomeni sono esaminati con dovizia di particolari, anche di carattere tecnico, molto utili a chi volesse formarsi un’opinione non superficiale su questo tema. Il testo contiene analisi e informazioni indispensabili per consolidare un orientamento politico ed una strumentazione adeguata, volta al superamento dei profondi squilibri sociali esistenti nelle nostre società. Ciò ha un senso almeno per tutti coloro che credono sia possibile, attraverso politiche adeguate, l'affermazione del principio di eguaglianza e di giustizia sociale.
La povertà è comunemente intesa come la condizione di vita dovuta alla mancanza di risorse economiche, è questo un concetto limitato, che non rappresenta appieno le mille sfaccettature del fenomeno. Nel 2000 in Italia, la Commissione sulla Povertà ha accertato che è relativamente povera la coppia che vive con meno di 1.569.000 lire il mese e che le famiglie che vivono al di sotto di tale soglia sono 2.707.000 (12,3%) e che quelle che vivono al di sotto della soglia di povertà assoluta (1.000.000) sono 954.000, pari al 4,3% del totale delle famiglie. Le persone considerate relativamente povere ammontano così a 7.948.000, mentre, quelle che vivono nella povertà assoluta, sono 2.937.000. A questi dati si deve prudenzialmente aggiungere almeno un ulteriore 8-9% di famiglie che vivono in prossimità della soglia di povertà. Se nel centro nord del paese il 7,3% della popolazione è considerata povera, nel sud la situazione è ben più grave, i poveri superano il 25% della popolazione totale. Sono dati tutt’altro che trascurabili, che spero siano un efficace stimolo alla riflessione per tutti coloro che si occupano di protezione sociale.    
Se i dati sopra riportati rappresentano un tentativo di individuare la dimensione quantitativa del fenomeno, non è più facile tentare di tratteggiare un profilo qualitativo della povertà. Chi sono i poveri oggi? Tutte le ricerche, anche la più recente, presentata dalla Facoltà di Architettura del Politecnico, relativa alla realtà milanese, conferma che i poveri sono da ricercarsi prevalentemente tra gli anziani, i disoccupati, i giovani senza lavoro, le persone prive di istruzione. Sono più esposte alla povertà le famiglie numerose, le famiglie che hanno come persona di riferimento una donna, le famiglie con un solo genitore. Se la povertà fra gli anziani è sempre stata alta, l’Unicef rileva che in Italia è stata recentemente superata dai minorenni, conquistando purtroppo il primato in Europa. Vi sono linee di tendenza poi, che destano qualche preoccupazione. In particolare aumentano le famiglie povere con uno o più componenti che vivono con un'occupazione precaria, con bassi salari e un numero elevato di persone da mantenere. La condizione di povertà non è un fenomeno stabile nel corso della vita delle persone. L’evoluzione dei cicli di vita, le circostanze legate al lavoro, le avversità e gli imprevisti della vita, le condizioni di salute, sono tutti elementi che possono far scivolare chiunque nella condizione di povertà. La risalita, verso una condizione di normalità, risulta quasi sempre, molto problematica.
Vi sono poi quelle che sono definite "povertà estreme", collocate prevalentemente nelle aree urbane, per le quali è praticamente impossibile una rilevazione statistica attendibile. Dentro questa categoria possiamo collocare quelle forme di povertà che derivano dalla rottura con le reti familiari e relazionali, dalla caduta delle aspettative di vita, dalla perdita dei valori simbolici che danno senso all'esistenza, dalla estraniazione rispetto al contesto sociale. Se volessimo dare a costoro un profilo riconoscibile, dovremmo parlare dei senza dimora, degli immigrati senza lavoro e senza casa, degli anziani che vivono in solitudine, senza legami, spesso abbandonati a se stessi.
Ed infine troviamo quelle che vengono definite le "povertà silenziose". E' la condizione di persone che conducono una vita apparentemente normale, ma spesso con mezzi economici inadeguati, che soffrono di patologie esistenziali, che sopportano il progressivo logoramento dei legami affettivi. Sono categorie di persone che sopportano con dignità la loro condizione, ma che oggettivamente si collocano ai margini della vita sociale ed economica. La condizione degli anziani emersa drammaticamente questa estate ne è la testimonianza.
Il secondo grande tema riguarda l'esclusione sociale. Sono collocate dentro questo ambito quelle persone che vivono ai margini della società, perché impossibilitati a godere appieno del sistema di diritti sociali principali. Proprio per questa ragione, questa categoria rappresenta una popolazione che vive, anche temporaneamente, in una condizione di difficoltà. Infatti, potremmo collocarvi una parte della popolazione femminile che vive in condizioni di inferiorità, la ragazza madre non accettata dalla famiglia e dal contesto sociale, il disabile non accettato nel contesto scolastico o nel contesto lavorativo, l'immigrato col carico di difficoltà psicologiche e materiali a farsi accettare e ad integrarsi in un paese straniero, e così via. In definitiva vivono in una condizione di esclusione sociale, tutti coloro che, per svariate ragioni, non possono agevolmente accedere al lavoro, all'istruzione, alla casa, a tutti quei beni considerati primari per l'esistenza nel nostro contesto sociale.
L'ultimo grande tema riguarda la diseguaglianza. La scala delle diseguaglianze è molto ampia, e sulla possibilità di esprimere un giudizio, influisce molto il punto della scala su cui si sofferma l'attenzione. Ad esempio, le ragioni che giustificano la diseguaglianza fra l'uomo più ricco della terra e l'uomo più ricco d'Italia, potrebbero anche non essere di particolare interesse ai fini della definizione di una politica per il superamento delle diseguaglianze, mentre potrebbe non esserlo se si confronta il livello più basso della scala, con il livello più alto. Anche la concezione filosofica che si ha del termine diseguaglianza, influisce molto sul giudizio e sulle conseguenti azioni politiche. Nella cultura liberista, la diseguaglianza è concepita semplicemente come differenza, cioè come un fatto naturale, al punto che la collocazione più alta sui gradini della diseguaglianza è vissuta come un premio per chi ha saputo valorizzare doti e capacità personali. Doti e capacità che avrebbero potuto invece risultare mortificate, dal facile accesso alle forme di sostegno, messe in atto da quelle società che hanno posto particolare attenzione ai sistemi di protezione sociale. La collocazione sui gradini bassi della scala, è invece vissuta come un demerito dei singoli e quindi attribuibile solo alla loro responsabilità.
La concezione della società e della vita, ispirata a principi di eguaglianza e di solidarietà tende invece a considerare la diseguaglianza come un'ingiustizia. Spesso le condizioni di povertà, di emarginazione sociale, ma anche le stesse diseguaglianze, sono il risultato di squilibri sociali, di circostanze non volute dai singoli, determinate da un contesto socio economico ambientale sfavorevole, in cui una persona ha avuto la sventura di nascere e di vivere. Proprio per queste ragioni, trova piena giustificazione l'azione politica volta al superamento delle diseguaglianze.
Spesso sentiamo parlare di "attenzione agli ultimi", ai poveri, dimenticando purtroppo che la povertà non è altro che l'ultimo gradino della diseguaglianza. Infatti, se anche il più accanito liberista, spesso più per opportunità politica che per convinzione, ammette e giustifica l'intervento assistenziale, "la carità" verso i poveri, i problemi sorgono quando si risale la scala delle diseguaglianze, quando si comincia a parlare dei penultimi, dei terzultimi e così via. E' qui che subentrano i giudizi, i pregiudizi, l'egoismo, l'avversione al principio della ridistribuzione delle risorse. La diseguaglianza è il risultato di una distribuzione diversa, diseguale, ingiustificabile, di beni e risorse che in definitiva determinano la differenze nella qualità della vita. La diseguale possibilità di accesso all'istruzione, all'occupazione, alla qualità del lavoro, alla casa, al costituzionale reddito dignitoso, ai servizi sociali, al sistema sanitario, al sistema previdenziale, al contesto socio ambientale, sono tutti elementi che possono connotare la condizione di diseguaglianza. Ci si pone quindi il problema di come si può combattere la diseguaglianza, che per un'associazione di ispirazione cristiana come le Acli, non può che essere un imperativo morale ed etico. Anche nella cultura liberista ci si pone questo problema attraverso un approccio che prevede l'offerta a tutti i cittadini di "pari opportunità". Questa formula non ci può soddisfare, non ci possiamo accontentare di offrire pari opportunità, se ciò assume il significato semplicemente di offrire a tutti le stesse chance. Gorrieri, nel libro citato a questo proposito, riporta l'attenzione su una frase di don Milani, di particolare efficacia, che fa giustizia di tutte le nostre incertezze ed approssimazioni su questo tema: "Nulla è più ingiusto che fare parti uguali fra diseguali". Quindi, potremmo considerarci soddisfatti quando, non solo tutti potranno presentarsi al nastro di partenza, ma quando tutti coloro che lo vorranno, potranno raggiungere il traguardo. Dietro il termine "pari opportunità" si nascondono spesso molte ambiguità. Di questa stessa specie fa parte, ad esempio, il nuovo termine "occupabilità", che si va sempre più diffondendo tra gli esperti di problemi del lavoro. Questo approccio, esprime molto bene una concezione per noi difficilmente condivisibile, se si deve ad esempio intendere che l'impegno del pubblico, per rimuovere la disoccupazione si limita ad offrire una qualsiasi occasione di preparazione professionale  per rendere occupabile il soggetto e si disinteressa se lo stesso permane in uno stato di non lavoro, attribuendogli così implicitamente la responsabilità del mancato impiego.
Il termine assistenza, alle nostre latitudini, assume quasi sempre un'accezione negativa. Anche se in verità, l'idea di assistere chi vive al di sotto della soglia di povertà, è abbastanza tollerata; infatti, anche tra noi, sono frequenti i liberisti teorizzatori del "capitalismo compassionevole". Il dissenso diventa invece più evidente quando si tratta di realizzare forme di assistenza volte al raggiungimento della soglia minima di benessere, quando cioè si va oltre l'assistenza agli indigenti e si tratta di ridistribuire risorse e servizi. E' proprio il concetto di ridistribuzione, nel suo significato più pieno, cioè togliere a chi ha di più, per dare a chi ha di meno, che è difficilmente tollerato. Viene, infatti, vissuto come un'imposizione, una lesione della libertà e della proprietà individuale. L'idea di essere liberi di fare ciò che si vuole, il non sentirsi interdipendenti con gli altri componenti della società, equivale spesso ad un malinteso senso di libertà. Un concetto alto di libertà può invece assumere un significato pieno, solo attraverso la capacità collettiva di ridistribuire beni e servizi, secondo criteri di giustizia, volti al superamento delle diseguaglianze. E' questa la condizione indispensabile alla realizzazione di quella libertà che deriva dalla propensione a porre tutti i cittadini sullo stesso piano.

Si allarga la forbice delle diseguaglianze   
Nel nostro sistema di protezione sociale sono prevalse quasi sempre le forme di assistenza caratterizzate da erogazioni monetarie. Solo l'ultima legge quadro è orientata alla "realizzazione di un sistema integrato di interventi e di servizi sociali" rivolti ai soggetti più deboli della società. Se da un lato, per costoro, si va sviluppando una maggiore attenzione alla erogazione di servizi, dall'altro è in atto un mutamento strisciante dei criteri di accesso a taluni diritti fondamentali, che già sin d'ora investe fasce amplissime di popolazione e che porterà inevitabilmente ad un progressivo allargamento della forbice delle diseguaglianze.
Ad esempio, avere la possibilità di esercitare il diritto d'accesso all'istruzione e alla conoscenza significa, in ultima analisi, per la stragrande maggioranza delle persone, avere la possibilità di svolgere un lavoro migliore, di ricevere una migliore retribuzione, di avere maggiori possibilità di stare nel mercato del lavoro e quindi di percepire, in modo continuativo, un reddito lungo tutta la vita. In definitiva, chi fruisce di un livello di istruzione elevato, può ragionevolmente ispirare ad una migliore condizione di vita. Non affrontare con decisione il tema degli abbandoni scolastici, anzi, costruire norme che agevolano la via d'uscita dal ciclo di studi superiori; non affrontare il tema della qualificazione e riqualificazione professionale per tutti i lavoratori, lungo l'arco di tutta la vita lavorativa; pensare che solo la logica di mercato, la competizione fra istituti pubblici e privati sia in grado di rendere più efficiente il sistema scolastico ed innalzare il livello della preparazione, significa porre una seria ipoteca sul futuro di molte persone, accentuando le diseguaglianze.
Infine, non c'è dubbio che la strada maestra dell'affermazione delle diseguaglianze, passa attraverso la differenziazione del reddito familiare. La famiglia, nel nostro paese, ha storicamente assunto, e continua ancora oggi a svolgere, una funzione insostituibile di protezione di tutti i propri componenti. Nonostante ciò sia generalmente riconosciuto, la stragrande maggioranza dei provvedimenti di sostegno al reddito della famiglia, passano attraverso la formula delle detrazioni fiscali. E' questo uno strumento molto costoso e inefficace, fino ad oggi è stato generalmente legato al criterio del riconoscimento del numero dei componenti il nucleo familiare, ponendo in secondo piano il principio della selettività in funzione del reddito, senza poi contare che gli "incapienti", cioè coloro che per basso reddito non sono soggetti all'imposizione fiscale, sono risultati paradossalmente quasi sempre esclusi dai benefici.

Nei casi che abbiamo citato, risulta evidente l'inadeguatezza dell'analisi, dell'azione politica e dell'armamentario operativo a nostra disposizione, per affrontare i fenomeni della povertà, della esclusione sociale e delle diseguaglianze. La percezione che le cose così come sono non vadano bene è abbastanza diffusa. Si fa un gran parlare di riforma del welfare, ma le finalità ultime dell'azione politica, spesso inconfessate, continuano ad essere molto lontane dal porre le basi per aggredire i problemi reali. Il sistema di protezione sociale che abbiamo sin qui conosciuto contiene certamente diversi punti deboli. Si è parlato di costi eccessivi in rapporto alle prestazioni, di eccessiva burocratizzazione dei servizi, di scarsa efficienza ed efficacia in molti ambiti. Si è persino convenuto che in alcuni periodi della storia del welare italiano hanno tratto maggiori benefici i più furbi e i più forti contrattualmente, anziché i più deboli. Si è parlato di inadeguatezza della strumentazione esistente rispetto alle nuove povertà e ai nuovi bisogni; sono tutte osservazioni che hanno un fondo di verità. Sono tutti elementi che avrebbero dovuto ispirare un grande afflato riformatore. Riformare, ammodernare, razionalizzare per difendere e migliorare il welfare italiano, dovrebbe essere l'imperativo. Riaffermare il principio di universalità del diritto e di selettività nelle modalità di erogazione e di compartecipazione alla spesa, riaffermare l'esigenza di migliorare l'efficienza e l'efficacia dei servizi attraverso un processo di razionalizzazione della spesa e di decentramento nella gestione, garantire l'accesso a tutti i cittadini alle medesime condizioni, indipendentemente dal territorio in cui vivono. Riformare per difendere il principio di ridistribuzione, indispensabile per superare la condizione di dipendenza e di subalternità dei più deboli e garantire la piena attuazione della libertà di tutti i cittadini. Purtroppo non è questo lo spirito che sembra ispirare l'azione "riformatrice" messa in atto ad opera dell'attuale Governo di centro destra, con l'esplicito sostegno di larga parte delle associazioni imprenditoriali. Le difficoltà e le disfunzioni del sistema di Welfare, sono servite per condurre una decennale campagna di delegittimazione di tutto il sistema cui hanno finito per aderire anche gli stessi beneficiari.
L'imperativo, al di là della sua concreta praticabilità immediata, sembra essere l'esigenza di una massiccia riduzione della pressione contributiva e fiscale. La riduzione dei contributi previdenziali a carico delle imprese per tutti i nuovi assunti, vanificherà nell'arco di qualche anno, tutti gli sforzi, i sacrifici, le rinunce, compiuti nel decennio scorso per riportare l'equilibrio finanziario nel sistema previdenziale con provvedimenti coraggiosi e impopolari.  Il disegno di legge che prevede la riduzione delle aliquote fiscali da sette a due è un grossissimo regalo ai redditi più alti, è la rimessa in discussione del principio costituzionale della progressività del prelievo fiscale, ed assume poi il significato inequivocabile di una drastica riduzione di risorse nelle casse dello stato, impossibili da coprire con una semplice razionalizzazione e riqualificazione della spesa pubblica. E' chiaro che tutto ciò inciderà negativamente sulla capacità ridistributiva dello stato e quindi direttamente sul sistema di welfare. Qualche assaggio lo abbiamo già avuto nell'anno in corso, a seguito di un'impercettibile riduzione delle tasse per i redditi medio bassi. Essa si è immediatamente ripercossa, attraverso il taglio proporzionale dei trasferimenti dallo stato agli enti locali, sul sistema sanitario regionale e sulle forme di assistenza municipali. Fatte le debite proporzioni, ciò che ci attende è un progressivo smantellamento del sistema pubblico di protezione sociale. E' il progressivo, consapevole disimpegno dello stato da una funzione ridistributiva che spiega l'enfasi posta sulla riforma del welfare, non certo il suo costo o la sua inefficienza. Riforma che in definitiva si concretizza in una cessione al privato di quei servizi nei quali si prevede un business significativo, come la sanità, la scuola, le scuole materne gestite dalle imprese facendo leva sulla loro responsabilità sociale e così via. Molte forme di assistenza, quelle che non potranno mai fornire un business particolarmente vantaggioso, saranno lasciate al privato sociale, al non profit, al volontariato, facendo leva su sentimenti altruistici e solidaristici di una parte della popolazione. Costoro, operando per conto del pubblico con la formula dell'appalto, in condizioni economiche molto ristrette, sovente non sono già oggi in grado di garantire una dignitosa qualità del servizio e il trattamento dei lavoratori è quasi sempre al limite della legalità e di quanto previsto dalle normative contrattuali. Il privato sociale in definitiva, più o meno consapevolmente, è reso corresponsabile dell'attuazione del disegno complessivo di smantellamento del welfare. In questo contesto il pubblico finisce con l'abbandonare il ruolo tradizionale svolto nella gestione diretta dei servizi primari, conservando solo un ruolo discrezionale nella scelta dei beneficiari dei servizi e di sostegno indiretto delle situazioni più difficili. Infatti, in questi casi, si va facendo strada la politica del vaucher, l'assegnazione cioè di un buono che da diritto al cittadino in difficoltà, di fruire di un servizio erogato indifferentemente da un'agenzia privata o del privato sociale, restando però quasi sempre indeterminata la modalità di erogazione, la frequenza di accesso al servizio e l'entità del vaucher stesso.
L'insieme di questi fattori sono drammaticamente orientati a favorire un'ulteriore divaricazione della scala delle diseguaglianze. E' evidentissima l'inadeguatezza di questo disegno di riforma rispetto all'esigenza di affrontare le trasformazioni sociali ed economiche con un sistema di welfare a loro più aderenti. L'obiettivo sembra essere quello di assecondare la riduzione della funzione di ridistribuzione dello stato premiando i benestanti a scapito dei meno abbienti. La motivazione che è utilizzata, in definitiva, sembra essere quella di affermare un arido e astratto principio di sussidiarietà senza un supplemento d'anima, dato essenzialmente dalla solidarietà.  Se l'obiettivo è quello di consegnare ai privati la parte pregiata e redditizia del welfare, sopperendo semplicemente alla carenza di servizi con l'appalto al volontariato ed al fai da te, che senso ha parlare di riforma? Riformare il welfare riducendo le risorse a disposizione del pubblico, significa semplicemente porlo in liquidazione ed allora tutti i Libri Bianchi del Ministero, non potranno che restare bianchi.   Sogniamo di essere allievi del gabbiano Jonathan. "...lui parlava di cose molto semplici. Diceva che è giusto che un gabbiano voli, sempre più in alto essendo nato per la libertà, e che è suo dovere lasciar perdere e scavalcare tuttociò che intralcia, che si oppone alla sua libertà, superstizioni, antiche abitudini, qualsiasi altra forma di schiavitù. Scavalcare anche la legge dello stormo? - disse un piccolo gabbiano - L'unica vera legge è quella della libertà che deriva dall'essere sèstessi"
Vorremmo vedere una politica che sappia volare alto.
La strada imboccata dall’economia non è ineluttabile essa è il risultato di scelte politiche precise che derivano da una cultura e da un sistema di valori in larga parte estranei alla nostra storia. 
E’ l’ideologia liberista, penetrata ormai in tutti gli strati sociali, che col suo fascino sta soppiantando i principi solidaristici su cui si è basato, pur con tutti i limiti e le disfunzioni, il patto di convivenza sociale che ha retto per mezzo secolo. E’ l’ideologia liberista quella che ha portato la coalizione di centro destra al governo e che amalgama in una visione comune, l’eterogeneità delle forze che la compongono, e che conferisce ad essa una forza di cambiamento. Certo si tratta di un pesante cambiamento che non può essere semplicisticamente equivocato col riformismo. Il riformismo, quello storicamente dato, lo identifichiamo con l’affermazione graduale e possibile del miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e delle classi sociali più deboli, l’idea liberista assume oggi più che altro i connotati di una contro riforma.   
Le conseguenze del liberismo esasperato, non si limitano alla sfera economica, esse intaccano anche gli aspetti più profondi della vita collettiva del paese e della coscienza  individuale. Lo spazio di partecipazione democratica dei cittadini è reso sempre più evanescente dalla tanto più penetrante quanto superficiale comunicazione mediatica. Si estende in modo preoccupante l’insofferenza verso le assemblee elettive, luoghi di esercizio della democrazia per ecellenza,  considerando la pratica democratica, cioè la costante tensione alla costruzione del consenso, una dispersione di tempo e di risorse rispetto all’esigenza di efficienza e governabilità del sistema. Il consenso si tramuta invece in una delega in bianco conferita al leader, una volta per tutte, al momento del voto, una sorta di plebiscitarismo strisciante che va sempre più prendendo forma al di là di ogni consapevolezza collettiva. Siamo in presenza di una modifica costituzionale di fatto, senza che alcuno abbia potuto discuterla, elaborarla, prevederne gli opportuni contrappesi e trasformarla in un patrimonio comune. Il sistema elettorale maggioritario, favorendo l’aggregazione di più forze politiche, è sicuramente più congeniale al bipolarismo. Si sfuma così la natura identitaria a favore di quella programmatica e proprio per questo motivo ogni tentativo di ricostruire formazioni politiche del passato, sembra destinato al fallimento. Oggi i cattolici hanno la libertà di scegliere lo schieramento che ciascuno pensa possa meglio rappresentare i principi,  gli ideali, le aspirazioni, gli interessi in cui crede. Per queste ragioni riteniamo anacronistico il progetto carsico di ricostruzione del partito unico dei cattolici. La faticosa ricostruzione del sistema politico, dopo dieci anni, è purtroppo ancora incompiuta. Tuttavia più che a semplici operazioni di  ingegneria sarebbe meglio spendere il massimo delle energie nell’elaborazione di uno scenario di riferimento e di un programma di tutta la coalizione. A questa impresa le Acli guardano con interesse e si rendono disponibili a dare il loro contributo, in attesa di leggere nelle proposte di risoluzione dei problemi del paese, le tensioni ideali ed i valori in cui il popolo aclista da sempre si è riconosciuto.  
Tuttavia alla luce dell’esperienza sin qui fatta, si rende necessario aprire una fase di vera e propria riscrittura delle regole democratiche, particolarmente per quanto riguarda i rapporti fra maggioranza ed opposizione e fra i vari organi dello stato, avendo cura di riequilibrare le esigenze di una migliore governabilità con quelle di una migliore espressione della rappresentanza.  Possiamo contribuire alla riflessione su questo tema che, se non affrontato adeguatamente potrebbe far involvere anche il ruolo dell’associazionismo e della rappresentanza sociale che, come è noto, sono parte integrante di un sistema di democrazia matura.
Dobbiamo constatare che nella pratica si è avuta una eccessiva personalizzazione della politica e una compresssione della dialettica democratica nelle assemblee elettive. E’ giunto il momento di rivedere criticamente tali regole, per riproporre nelle istituzioni il gusto della democrazia Riaffermiamo la nostra vocazione a considerare la democrazia dell’alternanza una forma di democrazia più matura. Le Acli sono un espressione organizzata della società, non ne possiamo fare quindi una  questione di adesione agli schieramenti, siamo tuttavia consapevoli che le culture politiche, i valori, di cui sono portatrici le due coalizioni, non ci lasciano indifferenti, la cultura della solidarietà per noi non è la stessa cosa del culto dell’individuo, per noi l’esigenza di giustizia sociale è una molla formidabile che ci spinge all’azione, non è sufficiente limitarsi alla crazione di pari opportunità, ci poniamo anche il problema  di chi si perde per strada, di chi non ce la fa a raggiungere il traguardo, l’eguaglianza è un imperativo nella nostra azione sociale e politica! 
Osserviamo con preoccupazione l’avversione profonda nei confronti della politica seminata e coltivata da tanti falsi predicatori. La storia ci ha insegnato che l’anti politica non è mai neutrale, è il brodo di coltura in cui sguazzano capi popolo, faccendieri, populisti; è stata la filosofia che ha permesso di consolidare il consenso attorno alla svolta autoritaria nel nostro paese. Ma l’antipolitica è anche l’elemento che sta alla base del pensiero unico, cioè la giustificazione che la politica non serve, perchè sono unicamente le leggi di mercato che possono governare la vita collettiva. Proprio per contrastare queste ragioni l’impegno politico è oggi necessario più che mai. Le Acli che da sempre hanno a cuore l’affermazione dei valori fondamentali di giustizia, di eguaglianza, di libertà, sono un formidabile strumento di formazione e di impegno alla politica. Quella politica con la P maiuscola che non si attarda sulle schermaglie interne ai partiti, ma si concretizza in elaborazione e proposta volta all’affermazione dei valori di riferimento. E tra questi ci piace ricordare il valore di  libertà per cui generazioni di uomini e donne si sono immolate, la libertà che deriva dalle regole che un popolo si è dato democraticamente e che tendono a porre i cittadini tutti sullo stesso piano. Questa concezione alta di libertà sembra lasciare il posto a un’idea distorta e utilitaristica di libertà: la libertà che deriverebbe dall’assenza di regole. Questa profonda mistificazione traspare anche dall’insofferenza nei confronti di quel corpo di regole che siamo soliti chiamare  Giustizia. Non era mai accaduto in nessun paese democratico che fossero gli imputati a farsi le leggi per essere scagionati. Ciò che preoccupa maggiormente  è che questa pratica finisce col non meravigliare nessuno proprio perchè le leggi non sono più considerate il risultato tangibile di una morale collettiva che sta alla base della convivenza civile, quanto piuttosto un ostacolo all’esplicarsi delle leggi di mercato. Sulla base di queste logiche non esiste più alcuna morale, tutto è relativo come tutto è lecito, dipende solo dall’importanza che si attribuisce al risultato che si vuole perseguire. E’ compito anche delle Acli denunciare questa pericolosa caduta di valori, di morale pubblica e battersi per l’affermazione di un’idea alta della politica, della giustizia, della libertà.


Sogniamo l'Europa dei popoli
L’Italia, dopo anche il successo dell’adesione alla moneta unica, e la presenza di Romano Prodi alla presidenza della Commissione è parte attiva e integrante nella costruzione della più vasta comunità dei paesi aderenti all’Unione Europea. Il processo di allargamento ai paesi dell'est Europeo è tutt'altro che semplice e scontato. E' questa una sfida epocale densa di problemi e difficoltà di ordine economico, sociale, politico che impone, a chi la vuole realizzare, serietà, rigore e tempi adeguati. La disinvoltura con cui qualche personaggio della politica italiana affronta questo tema, sembra dettata più che altro dall'esigenza inconfessata di "annacquare il vino", di rendere cioè l'Unione Europea semplicemente un'area di mercato o peggio ancora di far fallire quel progetto che da mezzo secolo gli statisti europei più accorti e autorevoli stanno faticosamente perseguendo che è la riunificazione degli stati e dei popoli d'Europa. Chi ha come stella polare nel proprio bagaglio culturale il nazionalismo e persegue come unico obiettivo la convenienza economica, può anche pensare ad un immediato allargamento ad ogni paese visitato, alla Russia, allo Stato d'Israele, alla Libia, alla Turchia. Un'Europa, se così si potrà chiamare, di questo tipo, produrrà come unico risultato politico la ripresa di vigore degli stati nazionali, e il dominio incontrastato degli Usa sull'economia mondiale. Questo processo storico richiede una grande attenzione istituzionale per quanto riguarda il riassetto dei poteri fra stati aderenti e UE. La scrittura della Costituzione europea, il ruolo che verrà attribuito al Presidente, alla Commissione, al Parlamento europeo non saranno indifferenti anche rispetto alle ipotesi di riassetto delle istituzioni del nostro paese.  

Motta di Campodolcino (So), 24 Agosto 2003