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Relazione di Massimo Campedelli alla settimana formativa (Motta di Campodolcino 28-8-2003)
  

Quando affrontiamo l'argomento Welfare non intendiamo parlare soltanto della qualità di vita degli individui o degli aspetti istituzionali di chi si deve occupare di garantire un certo grado di benessere, parliamo di Welfare soprattutto come di un elemento costitutivo, di una cifra della civiltà di una società. E' sull'idea di non essere soli di fronte alle incertezze e alle avversità della vita che si fonda il concetto di cittadinanza e quindi di Welfare, di fronte alle difficoltà si ha il diritto a degli interventi perché il cittadino è di per se stesso portatore di doveri ma anche di diritti. D'altro canto, il concetto di Welfare non deve essere considerato come una beneficenza, come sotto una monarchia dove il sovrano buono elargisce benessere ai suoi sudditi, bensì come un diritto acquisito dallo status di cittadini a cui si appartiene.
Ma cosa significa essere cittadini? I cittadini sono tutte quelle persone che godano di una titolarità del diritto che possano disporre in pieno di questo diritto e che gli sia fornita una competenza nel godimento del diritto stesso. Si può prendere ad esempio pratico la realtà di un supermercato un luogo che deve essere accessibile a tutti senza esclusione di alcun soggetto, i banchi devono essere pieni di merce in modo che il cittadino possa scegliere e la merce stessa deve essere esposta con marchi e sigle che facilmente contribuiscano al suo riconoscimento.
Siamo cittadini ma non siamo tutti uguali, è importante affermare l'idea di cittadinanza insieme a quella di differenza cioè renderci conto del fatto che siamo tutti cittadini e che quindi abbiamo tutti una dote, dei diritti e contemporaneamente siamo tutti diversi perché ognuno di noi ha esigenze istanze personali, problemi concreti che necessitano non di una affermazione formale ma di un intervento sostanziale e personalizzato.
Esempio in ambito psichiatrico una persona che ha problemi di disagio psichico di che cosa ha bisogno? Certamente ha bisogno di servizi, ma anche di un lavoro adeguato alle sue possibilità e alla sua formazione, il poter frequentare luoghi pubblici senza essere additato e soprattutto di avere una casa. Ma avere una casa significa anche avere dei vicini che non carichino e appesantiscano la sua situazione. Cioè avere la possibilità di intraprendere una vita "normale". Vi è la necessità che i servizi si prendano cura di chi ha bisogno attraverso centri diurni, Sert, consultori ma questo non basta è indispensabile che si instauri una rete di rapporti che sorregga il sistema e che gli operatori, al di là del loro lavoro, non abbandonino le persone bisognose.Un aiuto può essere personalizzato se ogni attore, ogni partner nella società fa la propria parte.

L'elemento caratterizzante della realtà lombarda è quello di aver proposto un processo di mercatizzazione paradossale e perverso della gestione dei servizi ma non tutte le colpe devono essere addossate a Formigoni.
Tutto iniziò con il governo Amato nel 1992 e con il taglio a settembre della spesa sociale di 50.000 miliardi di lire che dovevano servire per tamponare un buco lasciato dal governo precedente, il governo Andreotti, fu l'inizio di un processo che ci portò ad entrare nel trattato di Maastricht (1993) e ci portò ad assumere una posizione coerente con il disegno europeo che si stava formando. Nel '98 una commissione di esperti Ope preparò un documento sulla spesa sociale con una serie di indicazioni che percepivano quelle dell'unione europea. Cose impensabili nel 1992 oggi sono argomento di accese discussioni come la riduzione della spesa pensionistica, la riduzione della spesa pubblica, il processo di revisione del sistema sanitario, con il trattato di Maastricht i vincoli posti al bilancio dei singoli Stati sono modi diversi di intervento su ogni singolo sistema nazionale.

"Un progetto di società deve saper guardare in faccia la realtà" dice Gehrard Schroeder. Questo vuol dire saper fare i conti delle esigenze e dei bisogni di un Paese Io credo che ci siano modi diversi di governare in una prospettiva che tenga conto anche del nostro patrimonio genetico.
Parlando dei servizi domiciliari: fino agli anni '70 non esistevano ed erano le singole mutue che sopperivano al bisogno di assistenza, dalla fine degli anni '70 in poi la persona è diventata da usufruitrice di un servizio ad utente cioè persona che può accedere ad un servizio sulla base di regole non negoziabili in quanto imposte per legge dai regolamenti comunali, da quelli delle ASL fino ad arrivare agli anni '90 dove l'utente diventa la pubblica amministrazione. La produttrice di servizi si trasforma in compratrice degli stessi e chi vende sono i privati, le varie cooperative di servizi che non si limitano a vendere le proprie prestazioni ad un compratore collettivo, l'ente locale, bensì allargano il loro raggio di azione fino ai soggetti individuali e alle famiglie. Questo comporta un cambiamento rilevante i cittadini passano da utenti a clienti, nel sistema intervengono, accanto alle figure preesistenti: la pubblica amministrazione, le ASL, nuovi interlocutori i soggetti privati che vendono servizi sia alle figure istituzionali che ai privati stessi. Va bene la pluralità dei soggetti ma ci deve essere un governo un'autorità al di sopra delle parti, il problema è che se si entra in questa dinamica chi si trova in condizione di disagio è costretto a "scegliere" ciò che è meglio per lui e molto spesso non può farlo perché debole. Bisogna, quindi, mantenere dei livelli minimi accettabili di qualità dei servizi e al contempo garantire l'accessibilità e la fruibilità degli stessi a chi ne ha bisogno altrimenti ci troviamo di fronte ad un'asimmetria informativa.

Oggi la logica corrente è quella di guardare alla convenienza o meno dell'intervento e il servizio offerto segue le leggi del mercato, così molte persone si affidano al sostegno delle badanti perché riescono a supplire a tutta una serie di compiti che il mercato non è in grado di offrire se non a costi proibitivi.
Spesso noi oggi consideriamo come sinonimi i termini di bisogno e di domanda e i termini di risposta e sostanza, creando così una grande confusione Il problema sta nel saper conciliare libertà e solidarietà, pluralismo e diritti fondamentali, e nel riuscire a coniugare sussidiarietà orizzontale e sussidiarietà verticale senza scaricare addosso le responsabilità sul volontariato.
Nel popolarismo cattolico e nell'ideale socialista del passato il concetto di sussidiarietà verticale era implicito in quello di sussidiarietà orizzontale cioè in altri termini non esisteva un municipio fuori dai rapporti fra i singoli cittadini, il municipio era la casa comune, cioè lo spazio che politicamente non solo rappresentava ma ammetteva ad una partecipazione del singolo all'assunzione dei problemi e delle necessità primarie di una comunità.
Oggi si dà spazio e sottolineatura ad una sussidiarietà orizzontale dimenticandoci che questa va di pari passo con quella verticale, cioè non esiste una contrapposizione fra le due, bisogna saper trovare soluzioni concrete dove la logica dell'istituzione pubblica come bene comune da una parte e i soggetti collettivi del territorio dall'altra possano fornire delle risposte reali e concrete per costruire una vera civiltà dell'uomo.


Motta di Campodolcino (So), 28 Agosto 2003