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Relazione di Franco Riva alla settimana formativa (Motta di Campodolcino
25-8-2003)
INDIVIDUO E COMUNITA': NUOVE FORME
DELLO STARE INSIEME
Durante i secoli il concetto di persona ha assunto valenze
assai differenti. In questo mio intervento vorrei parlare del
ruolo che un individuo ha all'interno delle nostre società
moderne.
Tre sono le riflessioni principali sulle quali vorrei
soffermarmi:
1. dalla comunità al sociale
2. la comunità responsabile
3. dalla comunità del sacrificio alla comunità della
condivisione
Prima Riflessione
La comunità è un'esperienza ambigua come tutte le esperienze
umane in quanto le comunità in cui viviamo (le, città,
l'azienda, la famiglia, lo Stato ecc.) sono al tempo stesso
strumenti di vita e di morte. Strumenti di vita in quanto
rappresentano una sicurezza contro le incertezze della vita
(la morte, il dolore, la malattia, la carestia ecc.), d'altro
canto strumenti di morte e di alienazione, in quanto una volta
entrati in una comunità essa stessa diventa padrona,
attraverso una serie di strumenti quali le leggi, le
istituzioni, gli assetti sociali, della vita e della morte dei
propri individui.
Nell'antichità due grandi figure si sono confrontate con
questo problema: Socrate che ha dovuto decidere se seguire la
propria coscienza o rispettare le leggi della comunità in cui
viveva e scegliendo la seconda possibilità venne condannato a
morte e Gesù Cristo.
La comunità diventa essa stessa una minaccia per come si
organizza e si istituisce tanto all'interno quanto
all'esterno. Una minaccia per i propri membri e naturalmente
una minaccia per i membri delle altre comunità.
Le regole della comunità costruiscono uno spazio di identità
tuttavia, queste regole, mentre includono allo stesso tempo
escludono, quindi la comunità può essere, al contempo, luogo
di accoglienza ma anche di rifiuto. Quindi la comunità ha un
suo prezzo. Per vivere in comunità si paga si scambia qualche
cosa secondo Freud per vivere in comunità noi cediamo il
nostro diritto alla felicità, secondo Hobbes per vivere in
comunità noi cediamo il nostro diritto alla libertà. La
comunità impedisce la felicità e la libertà però dà
sicurezza.
Facciamo un esempio: nelle nostre città vi è una tensione
continua tra comunità e individuo con l'illusione che molti
individui possano costituire una comunità ed invece è
esattamente il contrario, la città non è altro che un cumulo
di individualità rinchiuse in se stesse da cui difficilmente
si esce che danno l'impressione di una comunità ma che, in
realtà, non lo sono. Vedi gli anziani che ogni anno assurgono
alle cronache nei mesi estivi, perché sono i mesi in cui più
forte si avverte la sensazione, per chi è già solo, di
ulteriore solitudine. Le città in cui viviamo sono luoghi che
oscillano continuamente tra angosce e paura, ma mentre la
paura assume sempre dei connotati precisi (paura di perdere il
posto di lavoro, paura dell'immigrato…), l'angoscia è
qualcosa di più profondo, in quanto ha a che fare con quello
che, ognuno di noi, è. Le nostre città sono,
fondamentalmente, città dell'angoscia, tuttavia sono anche
luoghi dove l'angoscia viene sapientemente ben mascherata,
dissimulata, nascosta attraverso l'invenzione di nuove paure
(la paura dell'altro, le guerre..).
Con queste riflessioni voglio prendere le distanze sia dai
miti individualistici, quelli che pongono l'individuo chiuso
in se stesso già con i suoi diritti e le sue proprietà
innanzitutto culturali ma non solo, che dai miti comunitari.
La contrapposizione tra individuo e comunità è una
contrapposizione moderna figlia della logica che vuole che
l'identità preceda la diversità e questo comporta tutta una
serie di conflitti.
Il sociale è qualcosa di diverso anche dalla comunità il
sociale può essere tradito tanto nell'individualismo quanto
nella comunità, la comunità non è la risposta alla mancanza
di rapporti perché anche la comunità può tradire il
sociale.
Il sociale presenta delle caratteristiche di originarietà
rispetto sia all'individuo che alla comunità. Il sociale
significa che noi individui non siamo soli e che
rappresentiamo un plurale fisiologico che non si può
sopprimere. Il plurale non è la moltiplicazione degli
individui bensì un'apertura sia dell'individuo che della
comunità e da qui si comprende che il plurale può essere
tradito da entrambe le entità se esso le precede.
Nel sociale la categoria che identifica non è l'individuo
bensì l'universo un plurale che non sta fuori ma dentro sia
all'individuo che alla comunità. In sintesi lo stato sociale
è un'istituzione originaria che va di pari passo con la
democrazia plurale.
Seconda Riflessione
Il plurale non si può evitare e non è aggirabile si può
sfuggire al plurale solo quando esso viene meno, quando cioè
l'altro viene spinto fuori. Il sociale indica uno spazio non
esclusivo, uno spazio in cui non si può usare una logica da
sala operatoria dove si eliminano i virus sociali perché non
ve ne sono. L'etica stessa a cui deve ispirarsi la convivenza
non può fare a meno del plurale, nessun problema morale può
essere concepito senza salvare il plurale. In una battuta non
è l'identità ma è la pluralità che salva l'etica.
La diversità, all'origine di per sé, non è una minaccia e
neanche una ratifica, il plurale e il sociale determinano, in
quanto tali, una logica, dell'equilibrio, della giustizia e
anche l'aspirazione ad un sogno di serenità. Il plurale
invita ad una responsabilità per gli altri, esso rappresenta
il luogo dell'accoglienza non in quanto comunità che apra le
porte al diverso e neanche come contenitore vuoto come
vorrebbe una certa logica liberal-contrattualistica, bensì
entità capace di porre l'attenzione anche al problema della
sofferenza.
Il dolore e la sofferenza non sono motivi capaci di fare
consenso; rispetto alla felicità è ovvio che ognuno di noi
abbia la sua idea anche in senso pubblico, tuttavia il dolore
è maggiormente in grado di metterci insieme rispetto ai mille
progetti di felicità. Eppure neanche sul dolore siamo
d'accordo. Pensiamo alle riforme fiscali e pensionistiche esse
vengono presentate come la nuova felicità sociale eppure
provocano dei danni enormi tuttavia non è la stessa cosa
perché il dolore sociale è procurato, come dice Manuel De
Vinasco nel suo saggio breve intitolato "la souffrance
inutile", è il nostro modo di stare insieme, sono le
nostre leggi, è l'interesse o il disinteresse alla
partecipazione pubblica. Il dolore non è più un elemento
demoniaco ma viene, ad arte, causato e per questo risulta
inutile.
La sofferenza pubblica ha tre vantaggi fondamentali:
1. quello di focalizzare l'attenzione sulle menzogne del
nostro stare insieme;
2. quello di permettere di fare un discorso sulla menzogna
collettiva e sull'occultamento dei fatti; pensiamo ai dati
sull'inflazione non c'è convergenza di vedute su chi dovrebbe
informare;.
3. quello di permettere di indirizzare verso una logica della
responsabilità.
Nel dolore pubblico c'è una smentita dell'umanità, della
capacità di saper convivere, la sofferenza pubblica non è un
dolore fisico, non è una malattia e non è neanche un dolore
individuale è un dolore etico collettivo, non necessario,
quindi non possiamo prendere questo dolore come una nostra
imperfezione sociale.
Qualcuno usa la sofferenza pubblica per smentire la convivenza
stessa per dire che è la convivenza che limita l'individuo ed
è, quindi, impossibile approdare ad un sogno di felicità e
allora gli atteggiamenti che ne derivano sono di rassegnazione
o peggio di giustificazione di questo dolore.
Da questo punto di vista due sono le questioni che si aprono:
1. quella di usare il tema del dolore e della sofferenza per
una fretta metafisica. Nel nostro vivere insieme riemerge
spesso il dolore per la condizione di fragilità e di
finitezza in cui ci troviamo, ecco allora che la nostra mente
va all'infinito ma, ahimè, noi siamo finiti quindi soffriamo.
2. quella di spiritualizzare il dolore. Il dolore sociale è
un dolore che urla è una famiglia che non ce la fa ad
arrivare alla fine del mese ma dalla sofferenza bisogna
imparare, cosicché essa diventa un'occasione di virtù
individuale per qualche fine superiore. Stesso ragionamento
della comunità quando impone dei sacrifici per un futuro
migliore.
Si tratta di un doppio tradimento io non ho nulla da
santificare in un dolore procurato, non si tratta di un dolore
unico sono tanti dolori, è una convivenza che non funziona.
La sofferenza pubblica non la possiamo prendere come una cifra
simbolo del male come tale e d'altra parte non possiamo
neanche farla apparire come l'occasione per diventare
virtuosi. E' l'idea di un sacrificio della comunità che è
ingiustificata.
Sul dolore pubblico mentiamo a noi stessi continuamente. Il
dolore a livello sociale viene usato in politica sempre come
denuncia. In un sistema bipolaristico, come è il nostro in
questo momento,chi sta all'opposizione denuncia un dolore
provocato dalla maggioranza caso strano però, quando
quell'opposizione diventa maggioranza il dolore sparisce e
quello che prima veniva denunciato viene dato come risolto
anche se non è vero.
Una comunità che rimane nella logica dell'occultamento del
dolore è una comunità violenta e ipocrita.
Terza riflessione
Il sociale precede sia l'individuo che la comunità, il
plurale è democrazia dal punto di vista della
responsabilità. Una comunità responsabile è una comunità
in cui ognuno di noi fa la sua parte ma oggi assistiamo a
tutt'altro c'è una grande richiesta di responsabilità però
a livello verticistico e questo è un elemento molto
preoccupante perché se da una lato abbiamo una domanda di
responsabilità che però è sempre più accentramento
dall'altro abbiamo l'espropriazioni della responsabilità
stessa.
Per vivere insieme dobbiamo soffrire insieme e questa logica
è pubblica perché ciò che ci viene richiesto non è di
sacrificarci individualmente ma di farlo collettivamente.
Questo sacrificio è legittimato dalla prospettiva di ottenere
un bene futuro ma non ci può essere un bene maggiore se si
usa il male come strumento del bene, la sofferenza come
strumento del bene. Eppure, ogni momento, siamo invasi da
richieste di sacrifici (politica sociale, legge finanziaria).
Ma in una democrazia a differenza della monarchia dove il
sovrano assoluto pretende sacrifici dai suoi sudditi, la
logica del sacrificio non ha senso perché siamo tutti
corresponsabili del sistema.
Tante volte si dice che perché una convivenza funzioni
occorrono i valori morali, tuttavia, secondo me, non sono i
valori che uniscono bensì è la condivisione, è quest'ultima
che crea l'etica dei valori. Riconoscersi in certi valori vuol
dire condividerli o meno quindi la condivisione è sinonimo di
comunità .
In conclusione al mio intervento vorrei citare un passo dal
romanzo di Italo Calvino "le città invisibili":
"tutto è inutile se l'ultimo approdo non può essere che
la città infernale ed è là in fondo che, in una spirale
sempre più stretta, ci risucchia la corrente. L'inferno dei
viventi non è qualcosa che sa, se ce n'è uno è quello che
è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che
formiamo stando insieme. Due modi ci sono per riscoprirlo il
primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne
parte fino al punto di non vederlo più il secondo è
rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui,
cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno,
non è inferno e farlo urlare e dargli spazio".
Motta di Campodolcino (So), 25 Agosto 2003
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