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La Relazione del presidente giambattista armelloni                                          alla conferenza organizzativa

"Sul sagrato del Corpus Domini
c'è un comizio di poveri
tenuto
da padre Atanasio.
Intanto un altro
muore
in una soffitta.
E Cristo
prosegue
sulla sua strada"

David Maria Turoldo - Io non ho mani 1946

 

Abbiamo voluto essere qui, a San Carlo, a quella che fu una delle case di padre Davide per far memoria del decennale della sua morte, che meglio celebreremo con un convegno previsto per il prossimo autunno.

Questi suoi versi, assai poco noti, li abbiamo scelti perché ci facciano continua memoria del fatto che, se noi anche in ragione della nostra dimensione cristiana, siamo immersi nella vita sociale (i "comizi di poveri") non possiamo dimenticarci che il nostro Signore è sempre oltre, e che esistono dimensioni della povertà che non potremo mai raggiungere, soprattutto se continuiamo a concepirla secondo i nostri criteri politicistici.

La Conferenza Organizzativa, come prevede il nostro statuto, è finalizzata alla "Verifica di metà mandato". Un obiettivo apparentemente di ordinaria amministrazione, che vorremmo diventasse un importante momento di riposizionamento e di rilancio dell'attività delle Acli milanesi con una grande attenzione alla condizione giovanile.
La nostra esperienza di questi anni e le attente analisi della condizione giovanile, che le ACLI nazionali ci hanno proposto nei percorsi di preparazione a questa Conferenza, fanno emergere una generazione con caratteristiche che un movimento come il nostro deve avere ben presenti se vuole, davvero, realizzare percorsi di dialogo e di lavoro comune con i giovani. Innanzitutto si tratta di persone che sono cresciute in un contesto sociale e culturale assai diverso da quello dei loro padri e dei loro nonni. Ilvo Diamanti ci ricorda che, negli ultimi anni, sta aumentando il numero dei giovani disponibili ad esperienze di impegno civile. Assieme a questa forte tensione etica e sociale questi ragazzi e ragazze portano con se anche un forte desiderio di autoaffermazione personale e istanze di grande concretezza, intesa come immediato riscontro del proprio fare. La loro ricerca è infine contraddistinta dalla necessità di arricchire continuamente il proprio bagaglio di esperienze e di contaminazioni culturali, senza porre particolari confini.
Gli adulti che - come noi - vogliono porsi l'obiettivo di trasmettere le proprie esperienze associative, devono quindi porsi in atteggiamento di ascolto e non di giudizio. La ricca esperienza dovuta alla conquista dei diritti universali, all'esistenza di profili identitari connotati dalle grandi culture che hanno dato vita all'Italia repubblicana, la consapevolezza di cosa significhino le ristrettezze materiali, sono una importante testimonianza che dobbiamo saper trasmettere con discrezione. Il nostro obiettivo deve essere quello di riuscire ad entrare in dialogo, portando innanzitutto delle testimonianze coerenti tra ciò che si fa e ciò che si è. Un ascolto autentico e tenace susciterà simpatia, attenzione e comprensione reciproca. Quest'ultima consentirà di coniugare i nostri valori, che non invecchiano, con nuove forme di partecipazione che richiederanno più cura ed accompagnamento di quanto non si sia ricevuto 'ai propri tempi', capacità di lasciare autonomia e di riporre fiducia. Per accettare questa sfida le ACLI si porranno sempre di più nella prospettiva educativa, anche attraverso la costruzione di percorsi formativi specifici. Ciò non è tuttavia sufficiente, perchè solo sviluppando un'azione sociale chiara ed incisiva riusciremo a destare l'interesse dei giovani che sono disponibili ad impegnarsi.

Abbiamo celebrato qualche settimana fa il 30° anniversario della morte di Luigi Clerici ed è proprio da un suo articolo per il Giornale dei Lavoratori del 1951 che vorremmo trarre lo spunto ideale per l'obiettivo che ci prefiggiamo con questa Conferenza:

"Un movimento è veramente vitale se non si adagia sulle posizioni raggiunte, se non si cristallizza, se reagisce alla normale tendenza a diventare istituzione. ...Un movimento, per essere tale deve continuamente adeguarsi alle necessità che si rinnovano con forma agile e talvolta spregiudicata. Un movimento di lavoratori, in specie, che ha come perenne obiettivo l'AZIONE SOCIALE deve essere continuamente impegnato in uno sforzo di adeguamento per scoprire nuove strade, per utilizzare nuovi strumenti, per mettere sempre a punto il suo programma".

Le Acli milanesi oggi hanno un forte e capillare insediamento in molti settori di servizio ai lavoratori ed ai cittadini. L'assistenza previdenziale attraverso il patronato, la cooperazione edilizia, l'assistenza fiscale, la formazione professionale, la cooperazione sociale e di lavoro, la presenza dei circoli, sono tra le iniziative più accreditate ed apprezzate presenti sul territorio. Il merito va riconosciuto alle migliaia di dirigenti e di militanti che si sono susseguiti in questi anni, e a quelli che sono tutt'ora in attività, che con dedizione, competenza e sensibilità sociale hanno offerto servizi che rispondono a bisogni primari dei lavoratori di oggi. Come ci invitava Clerici, non dobbiamo adagiarci sui risultati ottenuti, dobbiamo avere sempre il coraggio di osare, di andare oltre l'esistente. La grande attenzione ai Servizi posta in questi anni è certamente figlia della cultura del nostro tempo, molto attenta alle opere, essa è parte integrante di quella altrettanto importante che riguarda la capacità di leggere i cambiamenti, di mettere a disposizione strumenti di analisi e di interpretazione della realtà, di formare personalità autenticamente cristiane che sappiano assumersi responsabilità individuali e pubbliche nella società e nei luoghi di lavoro.
I vorticosi cambiamenti dell'economia, della società, della politica, sollecitano in continuazione la nostra associazione, dobbiamo per questo interrogarci e porci nelle condizioni di rispondere in modo adeguato, consapevoli che si va forse profilando una nuova fase della nostra storia.

Le nuove generazioni con le loro micro associazioni hanno colto le potenzialità e i rischi dell'epocale processo di globalizzazione in atto, più di quanto non abbiano fatto partiti e sindacati. Il fenomeno dell'allargamento dei mercati, della diffusione delle produzioni non è il risultato casuale di una serie di circostanze ma di una scelta fortemente voluta dell'uomo, un processo storico ineluttabile, denso di contraddizioni e non lineare nel suo sviluppo. La crescita dell'economia è sempre stata accompagnata dalla ricerca di nuovi mercati, di nuovi territori verso cui espandersi, oggi possiamo dire che i mercati stanno diventando sempre più interdipendenti sino a raggiungere la dimensione planetaria. L'interscambio di capitali, di beni, di servizi, di tecnologie, sta subendo in questi anni una poderosa accelerazione, grazie al verificarsi di una serie di condizioni e di eventi che ne hanno favorito lo sviluppo.

La caduta del sistema comunista e la conseguente "vittoria" del capitalismo, inteso come modello economico fondato sull'economia di mercato, ha sviluppato un immenso potenziale di cambiamento volto al superamento dei confini politici e culturali tradizionali. Lo sviluppo della tecnologia informatica e telematica, ha messo a disposizione dell'uomo potentissimi strumenti che permettono oggi alle informazioni di valicare in tempo reale qualsiasi frontiera. La trasmissione di una immensa mole di informazioni cambia i modelli culturali, muta gli stili di vita, per cui si accrescono le conoscenze, ma anche si spostano capitali, mutano gli assetti proprietari, si comprano e si vendono merci e servizi ovunque e in tempi solo qualche anno fa inimmaginabili. Molti Paesi, anche quelli più poveri, hanno rimesso in discussione le logiche protezionistiche per poter partecipare al grande banchetto dello sviluppo globale.

La mobilità delle persone oggi non ha confini. Il desiderio profondo dell'uomo di conoscere ogni angolo della terra, sta diventando sempre più una realtà. Non si tratta solo di fenomeni dovuti alla rapidità degli spostamenti temporanei, per lavoro o per turismo, ma di una massiccia ripresa di imponenti flussi migratori. E' una vera e propria fuga dai Paesi più poveri a quelli più ricchi, alla ricerca di un luogo dove vivere e lavorare, dai Paesi in guerra verso quelli in pace, dalla dittatura verso la democrazia. Se con la prima rivoluzione industriale i flussi erano essenzialmente circoscritti ad alcune destinazioni e le provenienze altrettanto limitate, oggi le etnie in movimento sono moltissime e le migrazioni sono riprese vistosamente anche verso Paesi, come l'Italia, che nel secolo scorso erano tra coloro che cedevano manodopera.

L'egoismo, i pregiudizi razziali, le paure ataviche nei confronti dello straniero, riemergono con violenza. Paradossalmente, sono proprio i portatori della cultura liberista più estrema, i teorizzatori del mercato globale come risolutore di tutti i mali del mondo che giustificano qualsiasi movimento di capitali e di merci ma vedono con ostilità ed apprensione la migrazione di esseri umani. Il fenomeno migratorio pone alle nostre comunità problemi nuovi, che non possono trovare soluzioni primitive attraverso la erezione di anacronistici e immaturi steccati a difesa della integrità delle etnie, delle culture, delle ricchezze. Non è comprensibile come si possa trasformare un questione sociale ed economica semplicisticamente in un problema di ordine pubblico. Il nostro approccio non si lascia influenzare dal populismo e dalla demagogia, come sta accadendo purtroppo anche in taluni settori del mondo cattolico. Ci muoviamo dalla certezza che tutti gli esseri umani sono figli di Dio, che la terra ed i suoi frutti sono un dono di Dio fatto a tutta l'umanità. Siamo impegnati a rappresentare una visione adulta e matura di un problema non nuovo nella storia dell'umanità e quindi le parole d'ordine a cui dobbiamo dare visibilità anche a costo dell'impopolarità, non possono che essere quelle proprie di una società solidale: inclusione, integrazione, accoglienza; le uniche che possono garantire una convivenza civile, pacifica e il rispetto della legalità.

Da questo immenso processo di globalizzazione deriva una forte spinta allo sviluppo ma non è niente affatto scontato che alla crescita economica globale, corrisponda automaticamente una diffusione generalizzata del benessere: l'ampliamento della forbice delle povertà e dell'esclusione sono sempre in agguato. Il mercato, l'accumulazione, il profitto, la moneta, sono diventati dei feticci universali da cui tutto deve discendere, ma non esiste nessun nesso automatico fra la produzione di ricchezza e la soluzione dei problemi sociali.

Il principio di accumulazione, se non è temperato da regole che rispettano i valori e si ispirano ad un'etica comune, può indurre ad una involuzione selvaggia della società nella quale si giustifica qualsiasi squilibrio. Si può trovare giustificazione alla distruzione dell'ambiente, all'azione della criminalità organizzata, allo sfruttamento dei minori. Solo se le dinamiche innescate dai processi di globalizzazione sono governate da regole ispirate a valori universali, si possono sprigionare grandi opportunità di sviluppo e di crescita delle condizioni di vita per interi popoli, altrimenti possono diventare un catalizzatore di rischi per l'equilibrio mondiale o più semplicemente una formidabile cassa di risonanza delle distorsioni esistenti. E' un percorso quindi non lineare e tutt'altro che automatico. Negli ultimi 50 anni la povertà si è ridotta più che nei 500 anni precedenti ma un terzo dell'umanità continua a vivere con meno di un dollaro al giorno e la forbice tra i Paesi che vivono nella fame e nella povertà e quelli che hanno come unico problema quello della dieta, si allarga sempre di più. Si accentuano anche le differenze tra gli stessi Paesi emergenti. In Cina, in India, in Argentina le condizioni di vita non sono certo paragonabili con quelle del centro Africa in preda alla fame, alle malattie, alla guerra; e tra quest'ultimo e i dodici Paesi della stessa Africa che vedono invece un incremento del PIL dell'8% l'anno.

L'economia globale non può essere abbandonata a se stessa. Perchè possa essere governata, necessita di POLITICA, di ISTITUZIONI e di REGOLE globali.

Questo è il passaggio più difficile e controverso. I Paesi più forti sono molto restii a cedere una parte della loro sovranità politica ed istituzionale ad organismi sovranazionali, e ancor più a sottostare a regole mediate con i Paesi più poveri, mentre quelli più ricchi, anzichè operare scelte politiche coerenti, sono più inclini alla "beneficenza", molto più vantaggiosa, perchè tranquillizza la coscienza, non intacca i progetti di espansione e non altera le regole del libero mercato.

Il sistema delle imprese multinazionali sembra svincolarsi da qualsiasi volontà politica di introdurre regole sociali, con una determinazione come forse non era mai accaduto in passato. I movimenti anti globalizzazione hanno avuto il pregio di porre all'attenzione dell'opinione pubblica una problematica che viceversa sarebbe rimasta appannaggio degli addetti ai lavori. Questa sensibilità è molto radicata nel mondo cattolico, l'attenzione ai poveri della terra, la lotta alle condizioni di sfruttamento, le lotte di liberazione dall'oppressione, l'affermazione della persona umana al di sopra di qualsiasi primazia economica e politica, sono un patrimonio culturale e di valori che è parte integrante della nostra storia. La gran parte delle associazioni, quella che ci interessa, rifiuta la logica violenta e sta dimostrando una capacità di analisi e di riflessione che altri movimenti, in altre epoche storiche, forse non hanno mai avuto. Il nostro lavoro all'interno della Tavola della Pace non ha il significato di sottomettere a leadership altrui una parte del nostro patrimonio di idee, quanto piuttosto di credere alla contaminazione delle idee come strumento di crescita per tutti, quello di portare dentro il dibattito interassociativo la specificità propria delle Acli, quella tensione ideale che ha sempre animato l'iniziativa aclista contro lo sfruttamento, a favore della estensione planetaria delle garanzie e della protezione sociale.

Si va riscoprendo una profonda verità, che sta alla base della dottrina sociale della Chiesa e cioè che il liberismo non governato dalla politica crea profonde ingiustizie, e che, come ci ricorda frequentemente il S. Padre, non c'è pace senza giustizia. I fatti dell'11 settembre ci hanno visto tutti mobilitati in una lotta senza esitazione contro il terrorismo. Tuttavia le modalità di intervento militare per sconfiggere questa piaga che segna profondamente la vita di comunità civili inermi, ci impone innanzitutto una riflessione su tale strumento. L'escalation "attacco terroristico/repressione militare" fra Palestina ed Israele assomiglia sempre più ad una nuova forma di guerra impari: da un lato la disperazione dell'atto terroristico, contro la forza e la potenza dei mezzi militari, dall'altro. Questo fatto divide le coscienze e fa perdere di vista le ragioni che dall'una e dall'altra parte oggettivamente esistono: "due Paesi per due popoli".

Uniamo la nostra voce agli organismi internazionali impegnati per la pace, a quella del popolo israeliano e del popolo palestinese, a quella di tutti coloro che chiedono di fermare le armi e riportare le parti al dialogo. Il futuro e la sicurezza dei due popoli si può costruire solo camminando assieme.

Solo così sarà possibile porre le premesse per lo sviluppo e l'elevazione delle condizioni di vita di intere popolazioni. Quando viene meno la politica prendono il sopravvento le armi. La dialettica politica è il lievito della democrazia e della crescita civile. E' la capacità di finalizzare le scelte della politica e dell'economia alla centralità dell'uomo che fa progredire l'umanità.

Le conseguenze negative dei processi di globalizzazione selvaggia, in assenza di regole, riguardano tutti, anche quei paesi più ricchi come l'Italia che pure siedono al tavolo dei grandi del mondo.

Gli effetti sono tutt'altro che trascurabili. Più che l'economia reale crescono la rete finanziaria e la speculazione globale ad essa legata (per questo abbiamo deciso anche noi di sostenere la campagna a favore della Tobin Tax); si dirottano risorse immense dallo sviluppo produttivo verso i guadagni di pochi. Crescono le sofferenze legate alla mancanza di lavoro dovuta alla rilocalizzazione delle imprese in altri Paesi ed alle modalità con cui viene richiesta la prestazione. Infatti se l'impresa può scegliere di collocarsi in quella parte del mondo che offre i maggiori vantaggi, non è così per il lavoro che, per sua natura, è più legato al territorio. Si innescano quindi dinamiche perverse, indotte dalla spietata concorrenza al ribasso. L'odioso ricatto, rappresentato dalla deresponsabilizzazione delle imprese verso il proprio paese, è usato sempre più frequentemente nei confronti dei governi perchè si prodighino per ridurre in ogni modo i costi di produzione. Questo spiega la continua pressione perchè venga ridotto il prelievo fiscale sulle imprese, senza tuttavia evidenziare le conseguenze negative rispetto al ruolo ridistributivo dello Stato.

Sta passando l'idea che sono i diritti dei lavoratori l'elemento principale che ostacola lo sviluppo della competitività del sistema produttivo sui mercati globali. Questo spiega la crescente resistenza a garantire la contribuzione a favore del sistema di protezione sociale e la richiesta di passare da forme solidaristiche a forme individuali e privatistiche. Uno degli effetti indotti dalla globalizzazione è costituito proprio dalla tendenza a sottrarre sicurezza alle persone, attraverso la progressiva attenuazione dei diritti e il ridimensionamento del Welfare State. Noi non siamo così insipienti come qualcuno pensa, che ci schieriamo a difesa di un sistema di protezione sociale pubblico semplicemente per spirito di conservazione anche quando esistono situazioni indifendibili, siamo decisamente schierati per una sua autentica riforma, nel senso di un profondo adeguamento ai cambiamenti. Riformare per difendere non è la stessa cosa dell'intaccare la protezione sociale pubblica per consegnarla ai privati in nome di una presunta modernità. La prima forma di solidarietà deriva dall'azione redistributiva dello stato, come ci ricordano le encicliche sociali, per noi questa è la modernità. Da anni ormai la sicurezza del reddito e del lavoro sono sottoposte ad una costante riforma in senso meno protettivo. Anche il federalismo viene giocato in questa chiave, esso infatti non viene comunemente inteso come uno strumento di valorizzazione delle autonomie locali, che noi condividiamo profondamente, quanto piuttosto come uno strumento per contrastare la logica redistributiva dello stato.

Il termine più usato in questo campo è la flessibilità che assume sempre più il significato di minima protezione, come condizione indispensabile per il miglior funzionamento dei mercati. Si spiegano in questo contesto le forme vecchie e nuove di sfruttamento dei lavoratori; i sempre minori investimenti per la sicurezza nei luoghi di lavoro e così via. In ultima analisi, nell'economia globalizzata, il lavoro viene considerato sempre più come un costo di cui, se possibile, farne a meno, anziché una risorsa da valorizzare. Le forme di flessibilità che si manifestano attraverso le più svariate tipologie contrattuali, ma anche attraverso la esternalizzazione spinta delle attività produttive verso settori meno costosi, costituiscono la ragione principale della ormai eccessiva frammentazione del mercato del lavoro. Esse hanno fatto saltare i criteri di regolazione del salario, rendendo ormai irrintracciabili i principi di giustizia e di eguaglianza nell'illusione che sia il mercato la sola vera autorità salariale. Queste forme di lavoro, se attuate come libera scelta, possono costituire delle opportunità per: migliorare la qualità della vita, conquistare maggiore libertà, valorizzare l'iniziativa individuale. Se invece costituiscono delle scelte obbligate presentano spesso delle vere e proprie controindicazioni che possono far scivolare il lavoratore nella precarietà.

Il Cardinale Martini ci ricordava che ...
... la Precarietà deriva dall'incertezza nella progettazione del proprio futuro, dalla indisponibilità di un redditosicuro, dall'impossibilità di poter contare su un lavoro che offra un minimo di gratificazione personale, dalla necessità di una ricerca continua di una collocazione lavorativa dignitosa, di una rete di protezione sociale legata al lavoro.
Sono tutti elementi che contribuiscono a formare una condizione di disagio individuale che non tarderà a trasformarsi in disagio collettivo e in malessere sociale. Le tensioni che si vanno accentuando fra organizzazioni sindacali, governo e imprenditori sono un indicatore di questo disagio che nel caso specifico si sta manifestando attorno alla questione dell'art.18 dello Statuto dei Lavoratori, attacco emblematico di chi non concepisce altro rapporto di lavoro che quello basato sul libero arbitrio.

Abbiamo in diversi appuntamenti discusso a fondo di questo argomento e ne riparleremo diffusamente nel gruppo di lavoro. In questa sede vogliamo solo ribadire che in questa battaglia di civiltà siamo a fianco dei sindacati in ogni loro iniziativa e saremo al loro fianco nello sciopero generale di martedì prossimo. Nelle scorse settimane abbiamo manifestato le nostre preoccupazioni per le divergenze che si sono verificate fra le confederazioni sindacali. Vogliamo qui esprimere il nostro auspicio che si creino le condizioni nel movimento sindacale per la riapertura di una fase che, superando la semplice unità d'azione, preluda alla costruzione di un grande Sindacato Confederale Unitario che basa la sua forza sulla autonomia, tanto più necessaria quanto più si va affermando la cultura liberista.

Abbiamo nelle ultime settimane avviato una riflessione sui temi del lavoro e della flessibilità e con la Pastorale del Lavoro, sulla precarietà; una ricerca che riteniamo di dover ulteriormente sviluppare, ponendo una grande attenzione alle condizioni di vita, al salario e alle regole, anche attraverso la proposta di fare, all'inizio del prossimo anno sociale, una tre giorni rivolta ai quadri per creare una conoscenza e una sensibilità di fondo in tutto il gruppo dirigente provinciale, come base indispensabile per una rinnovata azione delle Acli milanesi sui temi del lavoro.

Le Acli verrebbero meno alla loro missione se dovessero limitarsi semplicemente all'osservazione dei fatti e ad auspicarne una semplice manutenzione per rendere socialmente sostenibile il cambiamento. La strada imboccata dall'economia non è ineluttabile essa è il risultato di scelte politiche precise che derivano da una cultura e da un sistema di valori in larga parte estranei alla nostra storia.

E' l'ideologia liberista, penetrata ormai in tutti gli strati sociali, che col suo fascino sta soppiantando i principi solidaristici su cui si è basato, pur con tutti i limiti e le disfunzioni, il patto di convivenza sociale che ha retto per mezzo secolo. E' l'ideologia liberista quella che ha portato la coalizione di centro destra al governo e che amalgama in una visione comune, l'eterogeneità delle forze che la compongono, e che conferisce ad essa una forza di cambiamento. Certo si tratta di un pesante cambiamento che non può essere semplicisticamente equivocato col riformismo. Il riformismo, quello storicamente dato, lo identifichiamo con l'affermazione graduale e possibile del miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e delle classi sociali più deboli, l'idea liberista assume oggi più che altro i connotati di una contro riforma.

Le conseguenze del liberismo esasperato non si limitano alla sfera economica, esse intaccano anche gli aspetti più profondi della vita collettiva del paese e della coscienza individuale. Lo spazio di partecipazione democratica dei cittadini è reso sempre più evanescente dalla tanto più penetrante quanto superficiale comunicazione mediatica. Si estende in modo preoccupante l'insofferenza verso le assemblee elettive, luoghi di esercizio della democrazia per eccellenza, considerando la pratica democratica, cioè la costante tensione alla costruzione del consenso, una dispersione di tempo e di risorse rispetto all'esigenza di efficienza e governabilità del sistema. Il consenso si tramuta invece in una delega in bianco conferita al leader, una volta per tutte, al momento del voto, una sorta di plebiscitarismo strisciante che va sempre più prendendo forma al di la di ogni consapevolezza collettiva. Siamo in presenza di una modifica costituzionale di fatto, senza che alcuno abbia potuto discuterla, elaborarla, prevederne gli opportuni contrappesi e trasformarla in un patrimonio comune. Il sistema elettorale maggioritario, favorendo l'aggregazione di più forze politiche, è sicuramente più congeniale al bipolarismo. Si sfuma così l'identità a favore di posizioni pragmatiche; proprio per questo motivo ogni tentativo di ricostruire formazioni politiche del passato, sembra destinato al fallimento. Oggi i cattolici hanno la libertà di scegliere lo schieramento che ciascuno pensa possa meglio rappresentare i principi, gli ideali, le aspirazioni, gli interessi in cui crede. Per queste ragioni riteniamo anacronistico il progetto carsico di ricostruzione del partito unico dei cattolici. La faticosa ricostruzione del sistema politico è purtroppo ancora incompiuta. Più che in semplici operazioni di ingegneria sarebbe meglio spendere il massimo delle energie nell'elaborazione di uno scenario di riferimento e di un programma di tutta la coalizione. A questa impresa le Acli guardano con interesse e si rendono disponibili a dare il loro contributo, in attesa di leggere nelle proposte di risoluzione dei problemi del paese, le tensioni ideali ed i valori in cui il popolo aclista da sempre si è riconosciuto.

Alla luce dell'esperienza sin qui fatta, si rende necessario aprire una fase di vera e propria riscrittura delle regole democratiche in cui le Acli, pur non essendo uno dei soggetti decisionali, possono contribuire alla riflessione su questo tema che, se non affrontato adeguatamente, potrebbe far involvere anche il ruolo dell'associazionismo e della rappresentanza sociale che sono parte integrante di un sistema di democrazia matura.
L'Italia, dopo anche il successo dell'adesione alla moneta unica, è parte integrante nella costruzione della più vasta comunità dei paesi aderenti all'Unione Europea. Questo processo storico richiede una grande attenzione istituzionale per quanto riguarda il riassetto dei poteri. La scrittura della Costituzione europea, il ruolo che verrà attribuito al Presidente, alla Commissione, al Parlamento europeo non saranno indifferenti rispetto alle ipotesi di riassetto delle istituzioni del nostro paese.

Il nuovo assetto istituzionale, oltre ai livelli europeo e nazionale, dovrebbe riguardare anche i governi locali, le cui riforme hanno posto giustamente l'enfasi sulla esigenza della governabilità, andando però a scapito della rappresentatività. Dobbiamo constatare che nella pratica si è avuta una eccessiva personalizzazione della politica e una compresssione della dialettica democratica nelle assemblee elettive. E' giunto il momento di rivedere criticamente tali regole, per riproporre nelle istituzioni il gusto della democrazia. Riaffermiamo la nostra vocazione a considerare la democrazia dell'alternanza una forma di democrazia più matura.

Le Acli sono un'espressione organizzata della società; non ne possiamo fare una questione di adesione agli schieramenti. Siamo consapevoli che le culture politiche e i valori, di cui sono portatrici le due coalizioni, non ci lasciano indifferenti. La cultura della solidarietà per noi non è la stessa cosa del culto dell'individuo, per noi l'esigenza di giustizia sociale è una molla formidabile che ci spinge all'azione, non è sufficiente limitarsi alla creazione di pari opportunità, ci poniamo anche il problema di chi si perde per strada, di chi non ce la fa a raggiungere il traguardo. L'eguaglianza è un imperativo nella nostra azione sociale e politica!

Osserviamo con preoccupazione l'avversione profonda nei confronti della politica seminata e coltivata da tanti falsi predicatori. La storia ci ha insegnato che l'anti politica non è mai neutrale, è il brodo di coltura in cui sguazzano capi popolo, faccendieri, populisti; è stata la filosofia che ha permesso di consolidare il consenso attorno alla svolta autoritaria nel nostro paese. L'antipolitica è anche l'elemento che sta alla base del pensiero unico, cioè la giustificazione che la politica non serve, perchè sono unicamente le leggi di mercato che possono governare la vita collettiva. Proprio per contrastare queste ragioni l'impegno politico è oggi più necessario che mai. Le Acli che da sempre hanno a cuore l'affermazione dei valori fondamentali di giustizia, di eguaglianza, di libertà, sono un formidabile strumento di formazione e di impegno alla politica. Quella politica con la P maiuscola che non si attarda sulle schermaglie interne ai partiti, ma si concretizza in elaborazione e proposta volta all'affermazione dei valori di riferimento. E tra questi ci piace ricordare quella libertà per cui generazioni di uomini e donne si sono immolate, la libertà che deriva dalle regole che un popolo si è dato democraticamente e che tendono a porre i cittadini tutti sullo stesso piano. Questa concezione alta di libertà sembra lasciare il posto a un'idea distorta e utilitaristica di libertà: la libertà che deriverebbe dall'assenza di regole. E' un surrogato di libertà, si confonde la libertà per i più forti di fare ciò che si vuole, con la libertà di tutti. Questa profonda mistificazione traspare anche dall'insofferenza nei confronti di quel corpo di regole che siamo soliti chiamare Giustizia. Non era mai accaduto in nessun paese democratico che fossero gli imputati a farsi le leggi per essere scagionati. Ciò che preoccupa maggiormente è che questa pratica finisce col non meravigliare nessuno proprio perchè le leggi non sono più considerate il risultato tangibile di una morale collettiva che sta alla base della convivenza civile, quanto piuttosto un ostacolo all'esplicarsi delle leggi di mercato. Sulla base di queste logiche non esiste più alcuna morale, tutto è relativo come tutto è lecito, dipende solo dall'importanza che si attribuisce al risultato che si vuole perseguire. E' compito anche delle Acli denunciare questa pericolosa caduta di valori, di morale pubblica e battersi per l'affermazione di un'idea alta della politica, della giustizia, della libertà.

Tutto questo sarà possibile se le Acli torneranno ad essere una grande scuola di formazione. Negli oltre cinquant'anni di vita, le Acli hanno accompagnato i cambiamenti intervenuti nel nostro Paese con un permanente impegno di formazione per facilitare l'adeguamento dei propri soci alle mutevoli esigenze della società italiana. Possiamo dire che l'attività formativa delle Acli in certi momenti della loro storia, è stata tanto intensa da caratterizzarle come scuola di formazione e da attirare su di esse un interesse non minore di quello suscitato dai servizi per i lavoratori. Ciò che conta è essere consapevoli che se declina il ruolo della formazione, se essa non è più alla base del nostro movimento, se essa tende a specializzarsi nei servizi, vuol dire che stiamo galleggiando sui problemi, ci stiamo adattando al contingente, rinunciando a fare una autentica azione sociale. Senza un progetto di società, senza la costruzione di una solidarietà capace anche di conflitto, la formazione tende a farsi tutt'al più una tecnica di marketing, non esprime più l'anima del movimento. Il nostro impegno formativo, proprio al fine di evitare inconcludenze e dispersioni, dovrà incentrarsi su punti particolarmente qualificanti.

Dobbiamo pensare ad una vera e propria scuola quadri dirigenti a tutti i livelli, non tanto per creare una anacronistica èlite dentro il movimento ma l'esigenza nasce dalla constatazione che qualsiasi organizzazione strutturata trova i suoi punti di forza nella presenza di gruppi dirigenti formati ed attenti ai mutamenti sociali e politici, ai bisogni del territorio, disponibili a sacrificare parte del loro tempo per il bene comune.

Dobbiamo mettere al centro il lavoro non come tributo formale alla nostra memoria, ma come elemento fondativo della nostra esistenza e di attenzione agli altri. Proprio per questo riteniamo di offrire ai giovani in ingresso nel mercato del lavoro una grande ed estesa iniziativa formativa rivolta a tutte le comunità ecclesiali e all'associazionismo. Vogliamo offrire loro un luogo di discussione, di conoscenza, di approfondimento, di aggregazione da gestire assieme e modellare a seconda delle specificità e delle esigenze locali.

E da ultimo vorremmo diventare il punto di riferimento per la lettura, l'analisi, l'elaborazione dei mutamenti sociali ed economici in atto ponendo una attenzione particolare ai temi del lavoro, dell'impresa, della protezione sociale. Vorremmo diventare il luogo in cui si possono riconoscere quelle risorse culturali ed intellettuali che si rifanno ai nostri principi e valori di riferimento.

Care delegate e cari delegati, l'analisi della realtà che vi abbiamo presentato, le proposte che abbiamo avanzato, accanto a quelle che emergeranno nel lavoro delle sei commissioni, sono il patrimonio che ha come punto di osservazione il territorio milanese, quel territorio dal quale storicamente sono passati con maggiore intensità i cambiamenti sociali, politici ed economici del nostro paese. E' un patrimonio di analisi e di elaborazione che vorremmo condividere innanzitutto con le Acli della nostra regione con le quali siamo legati da una indiscutibile comune sensibilità. Non nascondiamo invece la diversità di vedute, che spesso ci separa da talune prese di posizione della struttura nazionale. Con spirito cristiano vorremmo considerare la diversità una ricchezza, comprendiamo l'esigenza di rappresentare le diverse sensibilità territoriali, auspichiamo tuttavia che nella nostra associazione si affermi sempre più il processo di costruzione democratica delle decisioni, vorremmo essere compartecipi di un processo che coinvolge tutto il movimento. Le decisioni devono diventare sempre più il risultato finale di una elaborazione comune, che non può essere surrogata semplicemente da eventi celebrativi, ma occorre partire invece da quelle profonde azioni formative, peraltro già avviate, che non possono che trovare una proiezione democratica nel movimento. Vediamo prese di posizione sul merito di questioni rilevanti per i lavoratori, come quelle relative all'art.18 che ci destano forti perplessità, non tanto per la espressione di una opinione legittima, quanto per la scarsa sensibilità nel rappresentare adeguatamente un movimento solidale.

La storia delle Acli Milanesi arriva da lontano: Clerici fu autentico maestro di laicità adulta. Uomo di fede solida ed operosa, consacratosi interamente a Dio nell'Istituto secolare fondato da Giuseppe Lazzati. Egli non fu mai, secondo l'espressioni di Mazzolari, uno di coloro che si mettono in ginocchio per comandare gli altri, ma uno di quelli che stanno in piedi per meglio servire. Sono noti i suoi rapporti filiali con i Vescovi Shuster e Montini, ai quali andavano la sua obbedienza e fedeltà, ma è altrettanto noto che in più di una occasione egli, anche grazie all'apporto di Assistenti come don Bertoletti, don Paolo Villa e don Orsini, dovette dire dei no molto chiari a difesa delle legittime posizioni politiche e sociali del Movimento.

Così non è stato nella lunga e feconda stagione dell'episcopato di Carlo Maria Martini dal quale le Acli hanno tratto sostegno e conforto, per la sua squisita sensibilità rispetto al problema degli ultimi, alla questione del lavoro, alla questione sociale. E' stata la stagione del cordiale e pieno reinserimento delle Acli nella comunità ecclesiale ambrosiana. Non che ne fossimo mai usciti, forse è mancato da parte di altri interlocutori, quel pieno riconoscimento della nostra funzione che il nuovo Vescovo, fin dal suo arrivo nel febbraio 1980, volle prontamente accordarci. Particolare importanza ha avuto in questo episcopato il ritorno della figura del sacerdote all'interno delle Acli. Figure come quella di don Raffaello, oggi inserito a pieno titolo come compagno delle nostre lotte e dei nostri percorsi di fede, non possono che ricevere il nostro sentito ringraziamento per il lavoro svolto sin qui con noi e l'auspicio di proseguire ancora a lungo il nostro cammino comune.

Il nostro profondo ringraziamento lo vogliamo anche e soprattutto rivolgere, alla vigilia della sua partenza, al Cardinale Carlo Maria Martini, facendo nostre le parole di Marco Garzonio:"il maestro è tale se coglie l'ora in cui farsi da parte; sa che tocca a chi è cresciuto a scuola da lui di proseguire. Quando Martini sarà a Gerusalemme capiremo se avrà lasciato orfani inconsolabili, oppure cristiani e cittadini capaci di andare con le proprie gambe; mossi da un po' di nostalgia, ma adulti aiutati da un personaggio che il cardinale ha suggerito di cercare: il "maestro interiore", che ciascuno può individuare dentro di sè e su cui far conto".

 

 

 

Giambattista Armelloni
Presidente provinciale Acli milanesi